Il Kyoto fisso - Il Kyoto fisso

Il Kyoto fisso di Antonello Pasini

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Durban, ovvero: parlare di clima in un momento di crisi globale

Cop17-logoSi è aperta a Durban, in Sudafrica, l'annuale Conferenza mondiale dell'ONU sul clima. Le delegazioni dei vari Paesi si incontrano ancora una volta per affrontare il problema dei cambiamenti climatici globali e dei loro impatti presenti e futuri nelle varie regioni del mondo.

Sui media se ne sta parlando e scrivendo abbastanza, quindi non starò qui a discutere dettagliatamente dell'andamento della Conferenza. Inoltre, per una introduzione che analizzi succintamente la complessa situazione attuale, così come si è venuta delineando nel corso degli anni – dalla stesura del protocollo di Kyoto in poi – consiglio la lettura di questo chiaro post, scritto da colleghi ricercatori e presente sul blog Climalteranti. Infine, per chi fosse interessato a seguire di prima mano lo sviluppo dei negoziati di Durban, segnalo il sito della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell'ONU, che in questi giorni è dedicato quasi interamente a questi lavori.

Avendo "delegato" queste informazioni ad altre fonti, posso concentrarmi su un solo tema, cercando di rispondere ad una domanda che mi sento porre ripetutamente, soprattutto negli ultimi tempi: "Come si può parlare di cambiamenti climatici in un momento di crisi globale?".

Alla base di questa domanda ci sono probabilmente alcune precomprensioni (se non preconcetti) del problema in esame. Si dà per scontato, ad esempio, che i problemi relativi ai cambiamenti climatici ci riguarderanno solo in un futuro più o meno lontano, oppure che oggi, in un momento di crisi, si debbano canalizzare i fondi sulla gestione delle emergenze economiche e finanziarie. L'unione di questi due tipi di precomprensione fa spesso dire che anche solo parlare di azioni globali sul clima è un lusso che ora non ci possiamo assolutamente permettere.

Ebbene, la prima precomprensione può essere facilmente "smontata". Vediamo, ad esempio, che la scienza del clima oggi ci dice che il cambiamento climatico recente è stato un'importante concausa per l'incremento della virulenza degli eventi estremi osservati negli ultimi decenni (che tanti danni stanno facendo anche oggi). Inoltre tali cambiamenti si configurano come un notevole fattore amplificante di quanto potrà accadere in futuro. Un recente rapporto dell'IPCC fa il punto su questi temi.

Sulla precomprensione relativa alla crisi, invece, non esiste una semplice confutazione. Nessuno, infatti, può negare che la crisi esista e che dobbiamo devolvere un grande impegno, anche finanziario, per la sua soluzione. Quello che secondo me però è fuorviante in questa visione è che i fondi vadano canalizzati unicamente per la gestione delle emergenze: quando mai si è usciti da una crisi economica o finanziaria unicamente "tappando i buchi"? Non ci vuole forse una visione strategica dello sviluppo futuro, foraggiata da abbondanti finanziamenti? Non ci sarebbe bisogno di citare la lontana crisi del '29 e il successivo New Deal, ma forse farlo esplicitamente aiuta ad avere un riferimento noto a tutti…

Oggi, poi, credo che ci sia qualcosa di più. Non sono un economista e non voglio entrare in un campo che non mi appartiene, ma mi sembra sotto gli occhi di tutti che ora siamo di fronte ad una crisi finanziaria, piuttosto che economica, che però rischia di minare proprio l'economia reale. Una serie di "regole del gioco" permette di "giocare" e guadagnare in lassi di tempi brevi, indipendentemente dall'economia reale, che c'è, ad esempio, dietro certe azioni; il ricorso ai futures e ad altri strumenti finanziari crea altri problemi e rischia di destabilizzare il sistema; e così via…

Insomma, probabilmente si tratta di ripensare un sistema che rischia di sganciare troppo la finanza dall'economia reale. E' chiaro che, in questo contesto, tamponare le falle con piccole azioni correttive ed emergenziali non basta: occorre una visione strategica dello sviluppo futuro.

Ma cosa c'entra tutto ciò con il clima, se non per dire che comunque non possiamo permetterci di "buttare" soldi nella questione ambientale? C'entra, eccome se c'entra…

Lo sviluppo di una società, sia esso economico o di altro tipo, non può essere deciso con assoluta libertà, ma deve fare i conti con determinati vincoli. Un vincolo è la disponibilità delle risorse, un altro è il clima con cui dovremo (e vorremo, dato che dipende anche da noi) convivere nel prossimo futuro.

Il clima, in particolare, ha determinate caratteristiche che richiedono azioni strategiche e non emergenziali. Per esempio, l'inerzia del sistema: la temperatura sta salendo e non la si può fermare immediatamente, perché, anche volendo escludere la possibilità di (probabili e pericolosi) feedback positivi, l'anidride carbonica ha una vita media in atmosfera di svariati decenni e dunque le nostre azioni, per avere effetto, devono essere attuate subito, devono essere preventive. La strategia di difendersi qui ed ora – lasciando andare il clima alla deriva – non può essere vincente col problema dei cambiamenti climatici.

Insomma, oggi ci troviamo di fronte ad una crisi finanziaria/economica e ad una crisi climatica che, mi pare, hanno in comune l'aspetto di non essere risolvibili con misure emergenziali, ma che richiedono misure strutturali dettate da un pensiero strategico e preventivo.

A Durban i delegati discuteranno sia di misure concrete e di fondi per i Paesi più poveri e vulnerabili, sia di una intelaiatura di accordo strategico e preventivo. Sul primo punto qualche accordo ci potrà sicuramente essere, sul secondo sarà molto più difficile.

Eppure, proprio di questo avremmo bisogno, di un'idea di sviluppo economico e ambientale per il futuro. L'attuale modello di sviluppo ha portato fondamentalmente alla crisi ambientale e climatica – questa crisi diviene un vincolo per il futuro sviluppo economico – i due ambiti, quello economico e quello ambientale, devono relazionarsi armonicamente e svilupparsi insieme in maniera coordinata.

Del resto è ciò che ci insegna lo studio dei sistemi complessi e dell'ecologia: la comprensione delle relazioni dinamiche e l'attuazione di azioni che di queste tengano conto armonicamente è la strategia vincente per la sopravvivenza e lo sviluppo!

Commenti

A parziale aggiunta su quanto detto della necessità di un pensiero strategico, segnalo un editoriale del numero odierno di Nature sul tema di quanti benefici possa portare l'investire in ricerca scientifica in tre Paesi in grossa crisi, specificatamente Italia, Grecia e Spagna. Vedi: http://www.nature.com/nature/journal/v480/n7375/full/480005a.html?WT.ec_id=NATURE-20111201 Segnalo anche che, nello stesso numero di Nature, c'è un articolo di commento sui rischi della fusione del permafrost, un feedback positivo probabile e pericoloso come quelli che citavo nel post. Vedi: http://www.nature.com/nature/journal/v480/n7375/full/480032a.html?WT.ec_id=NATURE-20111201
Caro Antonello, davvero un'interessante spunto di riflessione! A mio parere solo uno sviluppo sostenibile puo' permettere la sopravvivenza pacifica delle future generazioni, quindi l'argomento clima non deve assolutamente essere trascurato... Tra l'altro, proprio in tempi di crisi (presenti e future) quanti soldi e vite umane potrebbero essere risparmiate mediante una seria azione di riduzione dell'impatto delle attivita' umane sull'accadimento di eventi estremi sempre piu' dannosi?
Un amico e collega dell'ENEA mi informa che i soldi per risolvere certi problemi ci sarebbero: la World Bank e l’OECD avevano condotto studi, presentati all'ultimo G20 a Cannes, che propongono di ridurre, fino ad eliminarli, i sussidi ai combustibili fossili, che ammontano ad oltre 400 miliardi di dollari all’anno, per recuperare, a costo zero, le risorse finanziarie necessarie ad alimentare il green climate fund. Qui un link utile, da cui si può anche scaricare lo studio dell'OECD: http://www.oecd.org/document/7/0,3746,en_21571361_44315115_49108487_1_1_1_1,00.html