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Il Kyoto fisso di Antonello Pasini

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Flavia Pennetta: gli insegnamenti dello sport vero… e della scienza

Pennetta1 Ho un figlio di 13 anni, Paolo, che gioca a tennis, con buoni risultati a livello agonistico. Ieri ci siamo visti insieme il match di Flavia Pennetta agli US Open. Un grande spettacolo, ovviamente, ma anche una fonte di riflessione comune nel dopo-partita.

La nostra atleta ha vinto una partita non bellissima ma sofferta, con alcuni momenti di notevole difficoltà fisica e psicologica. In particolare, in un momento clou della partita, dopo uno scambio intensissimo, Flavia ha avuto conati di vomito e non riusciva a riprendere a servire. A quel punto la giudice-arbitro le ha inflitto un warning perchè aveva, ovviamente, superato il tempo limite di 25 secondi per battere. Una decisione corretta dal punto di vista regolamentare, ma che certo è parsa eccessiva viste le condizioni di Flavia. Ricordo che al secondo warning l'atleta viene penalizzata di un 15…

Alla seconda palla di servizio della successiva battuta l'arbitro ha chiamato un fallo di piede alla Pennetta, un errore su cui spesso gli arbitri chiudono un occhio, col risultato di farle perdere quel 15. Altri si sarebbero visti crollare il mondo addosso, magari favoleggiando di strane cospirazioni… Flavia invece ha continuato a lottare e, solo dopo altri clamorosi capovolgimenti di fronte, ha vinto una partita incredibile!

Con Paolo ci siamo detti che Flavia ha vinto contro tutto e contro tutti: contro l'avversaria, innanzi tutto, ma anche contro una parte di sé (il proprio corpo) che dava segni di cedimento. Qualcuno potrebbe dire che ha vinto anche contro una giudice-arbitro di parte… Questo probabilmente non è vero, ma è chiaro che in tutti gli sport arbitrati vi è un minimo di "arbitrarietà", scusate il gioco di parole.

Ci siamo detti che lo sport vero non cerca alibi per le sconfitte e che con umiltà, volontà e autostima si può vincere contro tutto e contro tutti, come ha fatto Flavia. E questo, mi sono permesso di dire a Paolo, non è un insegnamento che vale solo nello sport, ma anche in altri settori e, perché no, nella vita in generale.

Nella scienza, ad esempio, anche noi ricercatori stiamo in continuo confronto con gli altri scienziati, in una "gara" a fare meglio "arbitrata" da altri come noi, da giudici, cioè, che sono esperti nel tuo settore. Quando sottopongo un articolo ad una rivista scientifica internazionale, questi esperti esaminano il mio operato e giudicano se il lavoro porta un avanzamento alla scienza meritevole di pubblicazione o se l'analisi è carente, il formalismo scarsamente rigoroso, i risultati poveri. Per un ricercatore questo processo di "arbitraggio" è un continuo bagno di umiltà nei confronti di scienziati che sono esperti almeno quanto te nel tuo settore. In questa partita i tuoi referenti (come i tuoi avversari nel tennis) ti costringono a migliorarti sempre più, lavorando di più, con volontà e impegno. Infine, dato che sono uomini come noi, questi scienziati-giudici potrebbero anche essere prevenuti negativamente sulle tecniche che usi o sui risultati che ottieni. Dobbiamo allora gridare alla cospirazione? No, perché nella scienza, come nello sport, il lavoro paga e i risultati importanti, prima o poi, vengono pubblicati comunque e diventano punti di riferimento a livello mondiale. E in quel caso la vittoria è ancora più bella!

Lavoro, umiltà, volontà, un'autostima che non significhi un ego straripante ma una giusta considerazione di ciò che puoi ottenere impegnandoti: questi sono gli insegnamenti che lo sport vero, la scienza e la vita ci forniscono ogni giorno.

Continua a giocare, Paolo, e a divertirti, e vedrai che un giorno magari non diventerai un campione ma sarai soddisfatto di quello che avrai realizzato nei tuoi anni più belli. Non cercare ciò che è facile, ma ciò che, insieme al divertimento, richiede impegno, dedizione e magari sofferenza, e vedrai che la vittoria finale sarà più bella!

Commenti

Bellissimo, continua a giocare Antonello!
Ciao Antonello, ti ringrazio per quello che hai scritto. Ho un incontro particolarmente impegnativo e mi sentivo intimorita. Adesso non più.