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Copenhagen: facciamo un po' di chiarezza...

Cop15_logo_img La Conferenza sul clima di Copenhagen va avanti in maniera molto travagliata: strategie ed opinioni diverse, discussioni accese all'interno delle aule degli incontri plenari e di quelli di settore, abbandoni di tavoli negoziali. Oltre a questo, scontri duri all'esterno e problemi di ordine pubblico...

Anche se i media italiani stanno dando un certo rilievo alla Conferenza, ho l'impressione che a molti sfuggano i motivi del contendere. Perché si litiga sulla forma del futuro trattato e non sulle questioni tecniche? "Si tratta di una rottura sul processo e sul metodo, e non sulla sostanza, e questo è deplorevole", ha commentato il ministro australiano per la lotta al cambiamento climatico, parlando dell'abbandono del tavolo negoziale da parte dei Paesi africani. E' proprio così? Qual è la posta in gioco? Perché alcuni si battono strenuamente per un emendamento e una proroga di validità del protocollo di Kyoto e altri vogliono un trattato del tutto nuovo? Che differenza c'è?

Occorre fare un piccolo passo indietro. Il protocollo di Kyoto è nato come un "atto di buona volontà" dei Paesi industrializzati che, sulla base di un principio etico dell'ONU, il principio di responsabilità comune ma differenziata, si sono assunti l'onere di ridurre per primi le emissioni di gas ad effetto serra. Ciò perché tale principio riconosce il fatto che il problema dei cambiamenti climatici sia globale e che possa avere una soluzione soddisfacente solo a questo livello, ma attesta anche che, storicamente, la responsabilità maggiore dell'insorgere del problema sia stata ovviamente dei Paesi sviluppati, che quindi sono chiamati ad agire in misura maggiore e per primi. Dunque il protocollo di Kyoto applica le misure di riduzione solo ai Paesi occidentali.

Altra cosa importante che va considerata è che il protocollo di Kyoto ha una struttura legislativa vincolante, cioè gli obiettivi quantitativi ivi descritti vanno raggiunti, pena ammende e sanzioni.

Ovviamente, il protocollo di Kyoto non ha mai avuto la pretesa di risolvere il problema dei cambiamenti climatici: le riduzioni di gas ad effetto serra lì previste sono troppo modeste... Oggi è venuto il momento di salire tutti sulla stessa barca e di remare insieme verso un obiettivo comune, al fine di limitare effettivamente i cambiamenti climatici futuri. Per far ciò occorre il contributo di tutti, comprese le potenze economiche emergenti come Cina e India.

E così due anni fa a Bali si è tracciata una strada (la cosiddetta roadmap di Bali) per giungere ad un trattato che coinvolga tutti gli Stati del mondo e che, si era convenuto, dovesse essere scritto e approvato a Copenhagen.

Oggi questa strada ha condotto a una situazione in cui è stata quantificata la riduzione globale per il 2050 e, in parte, quella intermedia al 2020. Tuttavia, non ci sono ancora indicazioni per vincolare i singoli Stati alla loro quota specifica di riduzione, anche se alcune proposte sono state avanzate, unilateralmente e su base volontaria, dai singoli Stati (e dalla UE come unica entità). In questa situazione, la cosa più probabile è che si riempia il nuovo trattato con dichiarazioni di impegno e con indicazioni solo di massima e non legalmente vincolanti sulle riduzioni effettive. E' possibile che impegni più concreti si possano prendere per il 2050 ma non per la scadenza ravvicinata del 2020... Questa posizione sembra caldeggiata dall'Europa e dagli USA.

In questo contesto, i Paesi africani e gli stati delle piccole isole del Pacifico, che sono i più vulnerabili ed hanno emissioni del tutto trascurabili, puntano ad un rinnovo del protocollo di Kyoto. In tal modo costringerebbero i Paesi sviluppati a prendere impegni vincolanti (la struttura del protocollo è quella di un trattato vincolante e non può essere cambiata). E soprattutto ciò avverrebbe nel breve periodo: si pensa ad una estensione del protocollo al 2020. Ecco perchè hanno abbandonato il negoziato...

D'altro canto, la Cina, l'India e il Brasile propendono invece per due trattati distinti: un trattato basato sulla roadmap di Bali per gli impegni a lunga scadenza, ma anche un emendamento del protocollo di Kyoto che costringa i Paesi storicamente responsabili della situazione attuale ad impegni concreti e vincolanti alla breve scadenza.

Come si può capire, le dispute su queste questioni, che a prima vista possono apparire puramente formali, nascondono in realtà differenze e "diffidenze" fondamentali e di sostanza tra i vari Paesi.

Occorre superare tutto ciò e far convergere gli interessi di parte su obiettivi comuni...

... ma il tempo è maledettamente poco!

Commenti

grazie, in effetti spesso i giornali danno molte cose per scontato, come se uno li comprasse sempre.
Ma io mi chiedo, se il trattato di Kyoto è vincolante e prevede ammende, a chi vanno versate le ammende? A coloro che sono in credito di emissioni? E' questo il famigerato mercato della CO2? E' vero che esiste una borsa che scambia quote di emissione di CO2?

Caro Gennari, è vero. Per il nuovo trattato non si sa ancora come si farà, ma per il vecchio Kyoto noi come Stato italiano dovremo sicuramente "rimborsare" la UE (che nel suo complesso dovrebbe rientrare in quanto per essa stabilito) per il fatto che non ci siamo mossi coerentemente con i nostri obiettivi...

Stante la pressoché inesistente informazione radiotelevisiva italiana ai negoziati di Copenaghen, mi sono fatto una qualche idea sull’evento solo leggendo. Mi sembra che “la politica” intesa nel suo aspetto sostanzialmente economico, ridotta alla visione prioritaria dell’interesse del proprio “cortile”, la stia facendo da padrona. L’impulso che la Scienza ha dato per l’acquisizione di una coscienza ambientale sta perdendo il suo significato fondamentale. I cosiddetti “decisori” sono parcellizzati al proprio ambiente territoriale il che è l’opposto per la risoluzione di un problema che non ha confini geopolitici. Qualcuno parla addirittura di una certa lotta di classe da parte dei Paesi sottosviluppati che tutto sommato sembrano preferire il “format” dell’accordo di Kyoto. Un qualche possibile spiraglio viene adombrato con il “fast track” (per il quale anche il nostro Paese sarebbe disponibile, a parte il reperimento delle risorse), ma non mi sembra la risposta complessiva all’urgenza del controllo globale delle emissioni inquinanti. Dietro tutto il dichiarato “fervore” della discussione plenaria, si erge come uno spettro la crisi economica globale che, almeno allo stato, non sembrerebbe ancora (ad onta dell’ottimismo di maniera di alcuni Paesi sviluppati) avere uno sbocco definito. La politica del compromesso riduttivo sembra, sempre a mio parere, indirizzata ad una dichiarazione d’intenti.
Serenità ed un a risentirci a presto

Quello che mi chiedo, e le chiedo, è che anche se venisse raggiunto un accordo vincolante sulle giuste quote da tagliare per ogni paese entro il 2020 e il 2050, come sarebbe, mi pare di capire, auspicabile, si riuscirà a rispettare questo vincolo? Ci sono le risorse sia economiche che tecnologiche per riuscire a ridurre tutte queste emissioni?

Io credo che questa confusione politico-mediatica non abbia fatto molto per smuovere le coscienze ambientaliste, ma abbia fomentato una certa ambiguità. Dal mio punto di vista e da quello che ho letto la Danimarca non è un modello di ambientalismo. Usa carbone in abbondanza, è in ritardo rispetto al protocollo di Kyoto, brucia i propri rifiuti per i quali è uno dei maggiori produttori pro capite del mondo e poi esporta le proprie ceneri in Norvegia. E tutto ciò con una popolazione dotata di senso di responsabilità, non a Napoli... Certo se sei in mezzo all'oceano e la tua terra è spazzata dal vento puoi anche fregartene della produzione di nannoparticelle. Gli inviati "divulgatori scientifici" delle varie testate hanno nascosto questo aspetto di quest'isola verde. Questo aspetto è tremendamente ambiguo e controproducente.

@ mari
Le risorse vi sono e sono stati calcolati anche i costi. Certo bisognerebbe puntare anche ad incrementare la ricerca nei settori cruciali (per una volta, si spera, anche in Italia...).

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