Nel recente G8 italiano, in due giornate distinte, si è discusso di clima e di Africa. Sul clima c'è stato uno scontro piuttosto acceso tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo riguardo alle riduzioni di gas ad effetto serra. Sull'Africa si è concordato di aumentare gli aiuti per combattere la povertà...
Pochi hanno capito che i due argomenti sono altamente correlati e, generalmente, i media hanno trattato i due temi in maniera separata.Va dato atto, allora, a Repubblica TV di aver dedicato un programma di approfondimento al rapporto tra clima e povertà. Il fatto che ci fossi io a discutere di questo tema (insieme ad un esponente di Actionaid) significa solamente che altri più esperti di me erano impegnati su altri fronti, ma cosa volete fare, come diceva un mio vecchio professore di fisica teorica: "Si sa, quando non corrono i cavalli corrono gli asini...".
In ogni caso, in questo blog si è già discusso altre volte del fatto che i cambiamenti climatici futuri avranno impatti asimmetrici tra nord e sud del mondo: si veda, ad esempio, questo post, in cui discutevo del fatto che la forbice già oggi esistente nella produzione agricola tra il nord (più produttivo) e il sud (meno produttivo) tenderà ad allargarsi ulteriormente a causa dei cambiamenti climatici che si intravedono per il futuro di questo secolo appena iniziato. E quello agricolo è solo un esempio della maggiore vulnerabilità dei territori, degli ecosistemi e dei sistemi economici di certi Paesi...
Alla luce di tutto ciò, vorrei leggere due risultati del G8 allargato che si è svolto a L'Aquila.
1) I rappresentanti dei Paesi sviluppati hanno concordato obiettivi di riduzione delle emissioni e hanno chiesto ai Paesi in via di sviluppo di salire su questa barca comune per traghettare il mondo verso uno sviluppo più sostenibile che, in particolare, minimizzi i danni climatici. La Cina e (in parte) l'India hanno frenato, respingendo l'invito finché non si sia capito quanto l'occidente sia disposto a fare di più, per la responsabilità storica che ha avuto nel creare questa situazione, e quali meccanismi di finanziamento, di trasferimento tecnologico e di know-how si adotterebbero per la riduzione dei Paesi in via di sviluppo.
2) Gli altri Paesi (quelli per cui non si può adottare l'eufemismo di chiamarli "in via di sviluppo"), cioè quelli poveri come quelli africani, hanno avuto il contentino di vedere aumentati (almeno sulla carta) gli aiuti finanziari, in parte da usare per difendersi dai danni climatici. A questo proposito, come diceva il rappresentante di Actionaid - Daniele Scaglione - nella trasmissione citata, si tenga presente che non tutti i soldi promessi precedentemente sono arrivati... Detto in parole un po' crude: una elemosina, che non è neanche stata recapitata completamente.
Ma allora mi chiedo: se veramente il problema climatico è globale e dobbiamo salire tutti sulla stessa barca, perché non farlo con piena dignità per tutti? Ad esempio, i cambiamenti climatici ci danno la possibilità di ripensare le ricchezze presenti nel mondo, al di là del loro attuale valore economico. Quanto vale la foresta amazzonica? Quanto un campo di sorgo in un Paese africano? Se vogliamo restare all'interno del sistema economico globalizzato, possiamo una buona volta contabilizzare anche i beni ambientali? E ancora, lo sappiamo che l'adattamento dell'agricoltura ai cambiamenti climatici nei Paesi poveri porta di pari passo ad una riduzione delle emissioni, cioè ad un'opera di mitigazione, benefica per tutto il mondo?
Forse non siamo consapevoli di tutte queste cose... E allora mi sento di consigliare la lettura di un articolo dell'amico e collega Francesco Tubiello e dei suoi collaboratori di FAO e IFAD apparso recentemente sulla rivista Climatic Change.
Innanzi tutto, questi autori valutano il costo delle azioni di adattamento nei Paesi poveri, come oggi vengono stimate, in circa 100 miliardi di dollari annui, calcolati al 2030. Nella visione odierna questo sarebbe il contributo a fondo perduto (l'elemosina), molto maggiore di quanto stanziato oggi, che i Paesi sviluppati dovrebbero dare per limitare i danni nel sud del mondo...
Poi, Tubiello e collaboratori passano ad identificare e ad analizzare alcune buone pratiche e tecniche agricole che possano consentire di ottenere sicurezza alimentare e sviluppo sostenibile nei Paesi poveri. Guarda caso, queste conducono ad un adattamento del sistema agricolo locale al nuovo clima e, nel contempo, ad una riduzione delle emissioni.
Alla luce di tutto ciò, gli autori propongono un meccanismo finanziario che premi gli agricoltori dei Paesi poveri per queste attività sinergiche, eventualmente svolte congiuntamente con chi (il nord del mondo) possiede il know-how per applicarle. Si tratta di stabilire crediti di carbonio per queste attività virtuose e di inserire questo meccanismo nel protocollo internazionale che si discuterà a Copenhagen, nel prossimo dicembre.
A mio parere, tutto ciò aiuterebbe i Paesi poveri a svincolarsi dalla elemosina dei Paesi sviluppati per il loro sviluppo e la loro difesa dai danni climatici. Inoltre comporterebbe un riconoscimento della piena dignità dei Paesi poveri e del loro contributo fattivo alla soluzione del problema climatico globale.
Insomma, il sud del mondo non è una "palla al piede"... Diamogli dignità e pari opportunità e parteciperà fattivamente anche alla soluzione di problemi globali. Forse i cambiamenti climatici ci forniscono l'occasione per riflettere che tutti possono remare sulla barca comune e che possiamo sfruttare questa occasione per ripensare non solo il nostro sviluppo, ma anche un nuovo ordine che mostri più equità internazionale.
CATEGORIE: Ecologia, Economia, Prima pagina, Scienza
TAGS: agricoltura, cambiamenti climatici, clima, contabilità ambientale, Paesi in via di sviluppo, Paesi poveri, Paesi sviluppati
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Commenti
Roberto 16/lug/2009 12:04:05
Lorenzo Fiori 16/lug/2009 13:10:06
maurizio 16/lug/2009 22:49:35
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