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Il Kyoto fisso -

16/06/09

Negoziati sul clima di Bonn: tiriamo le somme

A Bonn si sono concluse alcune sessioni preparatorie in vista dell'appuntamento di Copenhagen del prossimo dicembre in cui si tenterà di stabilire un protocollo che possa consentire di "frenare" i cambiamenti climatici in atto.

I lavori sono stati intensi e sono state approfondite tante questioni di rilievo: una dimostrazione su tutte è che il testo negoziale è passato da 52 pagine a oltre 200..., inclusi emendamenti tra loro contraddittori. Ciò mostra che il problema di trovare un accordo condiviso è veramente complesso e che il poco tempo che rimane da qui a dicembre potrebbe effettivamente non essere sufficiente per giungere ad un testo soddisfacente per tutti.

I media italiani non hanno dato grande spazio a questo evento di Bonn, forse perché districarsi nel linguaggio della negoziazione su questi temi non è facile per i giornalisti stessi, né è facilmente "divulgabile" al lettore una sintesi dei lavori con le conclusioni che si possono trarre.

In poche parole, sono stati fatti progressi su tanti temi come quello del finanziamento e del trasferimento di risorse tecnologiche ai Paesi in via di sviluppo: per le azioni di mitigazione (essenzialmente, riduzione delle emissioni e del fenomeno della deforestazione) e per quelle di adattamento (difesa dei territori e degli ecosistemi da quei cambiamenti climatici ormai ritenuti inevitabili). Ricordiamo che i Paesi più vulnerabili sono ovviamente quelli poveri...

In particolare, sembra che ci sia una visione condivisa sul fatto che questi meccanismi internazionali non possano essere lasciati esclusivamente al libero mercato: ci sarà un'influenza dell'attuale crisi economica e finanziaria su questo?

Tutti questi punti hanno portato progressi notevoli. Il vero nodo cruciale che ancora non si è sciolto, però, è anche quello più fondamentale. Le indicazioni del mondo scientifico vanno nella direzione di valutare come ottimale (nel senso di 'non pericoloso') un contenimento del riscaldamento globale nell'ordine dei 2°C rispetto al 1990. Come già discusso (vedi, ad esempio, un post di qualche tempo fa per come si fanno i "conti"), ciò significa che bisognerà diminuire le emissioni di CO2 almeno del 25% al 2020. Ebbene, un documento che riporta le ipotesi di riduzione proposte dai vari Paesi fa vedere come le cifre vadano ritoccate ampiamente da parte di quasi tutti, se si vuole raggiungere questo obbiettivo.

2a-opinione_lr Insomma, in un momento in cui in queste sedi negoziali non si sollevano più perplessità sui risultati della scienza del clima (né si richiede una "seconda opinione"), occorre però essere più "ambiziosi", altrimenti la montagna partorirà un topolino che non potrà nulla per frenare questi cambiamenti già innescati da tempo.

Infine, una nota di colore. Anche in questo consesso chi "conta" poco deve sfruttare meccanismi legali per far sentire la propria voce. E' il caso del piccolo arcipelago di Tuvalu (nell'Oceano Pacifico), che aveva proposto la sua visione complessiva e articolata per la discussione comune. Dato che nessuno ne aveva tenuto conto, Tuvalu ha inviato la sua proposta di protocollo di Copenhagen ufficialmente all'ONU, seguito a ruota da Costa Rica, le cui proposte avevano avuto la stessa "considerazione".

Due protocolli "fai da te", che ora andranno discussi e votati a Copenhagen. Sarà una perdita di tempo (un testo non condiviso non può passare con i meccanismi di voto dell'ONU), ma ciò dimostra che i "piccoli" sono determinati a far valere le proprie idee per il futuro dell'ordine mondiale.

Insomma, si va avanti lentamente e faticosamente. I "grandi" forse non vogliono ancora scoprire le proprie carte, ma il momento in cui tutti i nodi verranno al pettine si sta avvicinando. La questione è molto complessa ma i punti essenziali sono pochi. Dopo aver allargato a dismisura la discussione a Bonn, ora si tratta di sintetizzare e concentrarsi sui punti veramente irrinunciabili, come quello degli obiettivi di riduzione.

Il clima di Copenhagen sarà migliore di quello di Bonn? Dovrà esserlo, perché ne va del clima mondiale...

P.S.: ringrazio Sergio Castellari (Focal point italiano IPCC) per un suo rapporto di sintesi delle riunioni di Bonn e Vincenzo Ferrara per utili discussioni su questo tema.

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12/06/09

Cambiamenti climatici: stay tuned...

A Bonn si sta ancora preparando la strada per un accordo globale sul clima da ottenere a Copenhagen in dicembre.

Questa sera si dovrebbero concludere le sessioni, con quella finale, ma molto probabilmente si andrà avanti tutta la notte e, forse, anche nella giornata di domani.

La situazione è estremamente complessa: la montagna rischia di partorire un topolino...

Il Giappone avrebbe deciso di ridurre le proprie emissioni del 15% rispetto al 2005, il che significa (dato che le emissioni nipponiche sono aumentate dell'8% dal 1990 al 2005) un misero 7% rispetto al 1990, anno di riferimento standard...

Considerazioni etiche, responsabilità storiche, principio di responsabilità comune ma differenziata: tutto questo è sul tavolo.

Cercherò di tenervi aggiornati, discutendo il documento finale ed eventuali retroscena.

Come si dice quando si manda la pubblicità...

Rimanete sintonizzati: Stay tuned!

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04/06/09

Cambiamenti climatici: spunta una nuova associazione ambientalista?

In questi giorni a Bonn si sta preparando la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici che si terrà a Copenhagen nel prossimo dicembre e che dovrebbe portare ad un accordo per limitare questi cambiamenti ad un valore "sopportabile" per l'ambiente, i territori, gli ecosistemi e l'organizzazione socio-economica mondiale. Tutte le notizie su questi incontri sul sito della UNFCCC, la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell'ONU.

Al di là delle votazioni e dei comunicati ufficiali, le notizie che trapelano sulla negoziazione internazionale riportano di discussioni accese su più punti, alcuni dei quali evidenziati recentemente qui. In particolare, dato che ovviamente nessuno si sogna di poter invertire la tendenza al riscaldamento, la prima questione affrontata è stata quella dell'aumento di temperatura globale ritenuto accettabile per questo secolo. La maggior parte dei Paesi ritiene che il limite al di sopra del quale il riscaldamento possa diventare "pericoloso" sia quello dei 2°C di aumento. L'alleanza delle piccole isole (AOSIS) si è espressa per un valore inferiore, mentre i Paesi produttori di petrolio e alcuni Paesi industrializzati ritengono accettabile un aumento di 3°C.

Accordarsi su un valore accettabile di riscaldamento globale è importante, perché sulla base di questo valore si può calcolare quale valore asintotico e stabile debbano raggiungere le concentrazioni di gas ad effetto serra e dunque di quanto si debbano ridurre le loro emissioni globali: abbiamo visto come si fa in un post precedente. Riferendosi alla CO2, si può dire che un aumento di 2°C equivale ad una concentrazione a regime di circa 450 ppm, mentre quello di 3°C corrisponde ad almeno 550 ppm.

Nel valutare poi le azioni concrete, ovviamente si fa riferimento a principi etici come quelli di equità e di responsabilità comune ma differenziata, di cui abbiamo parlato qui e qui, in modo da bilanciare l'impegno di riduzione tra i vari Paesi, permettendo nel contempo lo sviluppo e l'adattamento ai Paesi più poveri.

Ai più sembra che il ritrovarsi ad un valore di riscaldamento superiore ai 2°C sia ingestibile in termini di danni, soprattutto per i Paesi più vulnerabili... Ma non tutti la pensano così, ad esempio i Paesi produttori di petrolio. Non sarà che questi ultimi (e i loro "amici") hanno una diversa visione dei principi etici dell'ONU? In maniera provocatoria e sarcastica, la coalizione delle associazioni ambientaliste ha "proposto" loro la creazione di una nuova associazione ambientalista, denominata 550.org. Dal "manifesto" di questa associazione (Scarica 550-org), che vi consiglio di leggere per fare qualche (amara) risata, si evidenzia che essa non si riconosce nell'obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra (articolo 2 della UNFCCC) e che, al di là di ipotesi non testate e dei modelli, l'unico modo per valutare gli effetti di un raddoppio della concentrazione di CO2 è arrivarci al più presto! Inoltre, nel segno della piena libertà (del libero mercato?), i Paesi più vulnerabili sarebbero liberi di rispondere autonomamente alle conseguenze dei cambiamenti climatici... come se potessero farlo da soli.

Insomma, la situazione è tesa e delicata. Il tempo per un accordo non è ancora scaduto, ma non ne manca molto... In questo frangente la negoziazione prosegue, seriamente, senza sosta.

La satira, dal canto suo, fa il suo lavoro, che è quello di esplicitare sarcasticamente quanto ci può essere dietro determinate posizioni...

P.S.: grazie a Vincenzo Ferrara per avermi fatto conoscere il "manifesto" di 500.org.

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27/05/09

Un clima figlio delle stelle?

Earth L'astronave Terra percorre la sua orbita ai margini della galassia, "ancorata" alla nostra stella Sole ma ad un passo dal vuoto intergalattico. Possibile che non risenta di ciò che avviene là fuori?

In realtà sul nostro pianeta si sono venute via via manifestando condizioni di "difesa" dalle perturbazioni esterne e di relativa stabilità, che hanno consentito l'evolversi della vita come noi la conosciamo. L'atmosfera ci protegge (almeno parzialmente) dagli impatti di asteroidi e di altri corpi celesti e fa sì che la temperatura sia più alta e più stabile di quella che si ritroverebbe su un pianeta analogo ma senza aria. Il campo magnetico terrestre scherma gran parte dei raggi cosmici e delle particelle di alta energia che vengono dallo spazio esterno e lo strato di ozono stratosferico impedisce che i raggi ultravioletti "duri" giungano fino a noi. E questi sono solo alcuni esempi di meccanismi di "difesa" e stabilità...

Tuttavia, vista da fuori, l'astronave Terra appare in tutta la sua piccolezza e marginalità, e non si può fare a meno di pensare che possa cadere in balia di forze più grandi di lei...: è ovviamente un atteggiamento psicologico, un cambio di sistema di riferimento che forse si è manifestato concretamente a tutti solo con la famosa fotografia della Terra ripresa dalla Luna nel corso di una missione Apollo.

A questo proposito, mi viene da pensare che una delle cose più belle dell'attività scientifica è che atteggiamenti psicologici, idee e visioni del mondo possano essere poste in discussione da analisi scientifiche e dai loro risultati. La scienza ci insegna una via verso l'umiltà: la propria visione del mondo al banco di prova della ricerca.

Inoltre, in un sistema come la Terra, dove numerosi influssi esterni la possono "colpire", occorre "pesare" quantitativamente l'importanza relativa degli stessi sul comportamento del sistema. Se il sistema è complesso (e questo è il caso), occorrerà valutare attentamente la "propagazione" di questi influssi esterni con una fisica e una matematica che tengano conto dei processi e degli effetti di feedback, fino a comprendere l'importanza relativa dei singoli influssi esterni. E' chiaro che l'effetto del singolo influsso non è estraibile dal contesto, ma va pesato insieme agli altri, inevitabilmente con un modello.

E veniamo a noi... Nel can-can mediatico intorno al tema dei cambiamenti climatici recenti, c'è chi sostiene che il riscaldamento globale sia dovuto all'aumento di concentrazione dei gas ad effetto serra e chi sostiene che la causa vada ricercata in influssi naturali. L'analisi scientifica, ovviamente, mostra che entrambi i fattori (naturali ed antropogenici) hanno avuto un ruolo negli ultimi 150 anni, ma con un peso diverso: il che fa generalmente attribuire buona parte dell'aumento di temperatura alle cause di origine umana.

Negli ultimi anni si sono anche analizzate più a fondo alcune cause di cui si sa di meno, ad esempio l'influsso dei raggi cosmici. Purtroppo i risultati sono piuttosto deludenti, in quanto spesso si tratta di evidenze di correlazioni lineari che, tra l'altro, alcuni trovano ed altri no, a seconda di come si effettui l'analisi statistica. Insomma, nessuno ha mai condotto un'analisi pienamente non lineare e nessuno ha mai pesato questi influssi in un modello che contenga una descrizione della dinamica del sistema.

Oggi, per fortuna, quest'ultima cosa è stata fatta: metodi e risultati di una ricerca in tal senso sono stati pubblicati il 13 maggio scorso in un articolo di due ricercatori americani (Pierce e Adams) sulla rivista internazionale Geophysical Research Letters.

Ebbene, tutti sanno che l'andamento termico terrestre deriva dal bilancio tra radiazione entrante (solare) e radiazione uscente dal pianeta. Nessuno nasconde, quindi, che il Sole abbia un ruolo essenziale. Il problema è che con la forzante solare non si spiega se non una minima parte della variabilità di temperatura dell'ultimo secolo, tanto meno il suo trend di aumento. Sembra che un ruolo fondamentale lo abbiano le forzanti antropogeniche, ma perché non indagare il ruolo di altri effetti naturali? I raggi cosmici sono tra questi.

Mentre la variabilità nel ciclo solare di 11 anni è solo dello 0.1% nella radiazione emessa, la variazione dei raggi cosmici nello stesso periodo undecennale può raggiungere il 15%, a causa delle variazioni nel cosiddetto "vento solare". Inoltre, dati indiretti indicano un trend di diminuzione dei raggi cosmici, tanto che il loro flusso sarebbe diminuito mediamente del 15% dall'inizio del secolo scorso. Abbiamo dunque, a quanto pare, variazioni significative.

Ma come i raggi cosmici influenzerebbero il clima? L'effetto principale cui si può pensare è quello per cui questi raggi contribuiscano a formare prima ioni e poi nuclei di condensazione per il vapor d'acqua. Dunque la loro presenza favorisce la formazione di nubi, nubi che, a loro volta, tendono ad indurre un raffreddamento nella bassa atmosfera. La graduale diminuzione del flusso di raggi cosmici nell'ultimo secolo potrebbe dunque aver indotto una diminuzione di nuvolosità e un aumento di temperatura compatibile con il riscaldamento osservato.

Fin qui le considerazioni qualitative. Qualche conto quantitativo che analizzi solo questo processo fa pensare che la diminuzione del flusso di raggi cosmici nell'ultimo secolo possa rendere conto del riscaldamento globale in atto. Ma ci sono alcune cose che non quadrano...

Ad esempio, esistono molti fattori che fanno sì che l'efficienza di formazione di nubi a partire dai raggi cosmici sia molto meno elevata di quanto fanno intendere le considerazioni precedenti. Innanzi tutto, molte particelle vengono "perse" per coagulazione prima di raggiungere il raggio di nuclei di condensazione; poi una parte significativa dei nuclei presenti è dovuta ad emissioni antropiche o naturali di origine diversa (per esempio dagli oceani) e dunque non modulate dai raggi cosmici; infine, le correlazioni raggi cosmici « nubi si riferiscono a nubi basse che si trovano a basse latitudini, mentre il potenziale ionizzante dei raggi si espleta ad altezze elevate e ad alte latitudini: sono dunque questi nuclei effettivamente trasportati dalla circolazione generale dell'atmosfera?

E' chiaro che questi elementi possono essere valutati e pesati solo inserendo il processo che conduce dai raggi cosmici alla formazione delle nubi in un modello che consideri anche gli altri elementi e processi che avvengono nel sistema clima, insieme alla sua dinamica. Ciò è stato fatto da Pierce e Adams.

Ebbene, lasciando alla lettura dell'articolo citato per i dettagli tecnici, il risultato fondamentale cui giungono i due ricercatori è che, anche considerando i feedback che possano aumentare l'efficienza di formazione di nubi a partire dai raggi cosmici, questa formazione risulta circa 100 volte inferiore a quanto sarebbe necessario per spiegare con questo meccanismo i cambiamenti osservati nella copertura nuvolosa e per contribuire significativamente al riscaldamento globale riscontrato nell'ultimo secolo.

Insomma, la Terra è effettivamente piccola e fragile se vista dallo spazio esterno. Allo stesso tempo, però, questo pianeta si è costruito in milioni di anni meccanismi di regolazione da determinati influssi esterni, che, guarda caso, tendono a salvaguardare da mutamenti eccessivi e pericolosi per le forme di vita. Sono stati processi lunghi cui, tra l'altro, la vita si è a sua volta adattata.

Oggi gli influssi pericolosi sembra che vengano dalle azioni di noi umani. Non un clima figlio delle stelle, dunque, ma figlio nostro...

Si potrebbe sperare che alcuni meccanismi di regolazione naturale ne limitino gli effetti. Ma, ancora una volta, non ci si può fermare ad ipotetiche speranze o a considerazioni qualitative: dobbiamo pesare gli influssi umani quantitativamente, insieme agli altri influssi e considerando la complessità del sistema clima.

I modelli climatici lo fanno e ci dicono che i feedback negativi non sono sufficienti a controbilanciare le nostre azioni.

Be careful...

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14/05/09

Cambiamenti climatici: i nodi nel pettine di Copenhagen

Cop15_copenhagen In questo blog abbiamo detto più volte degli scenari climatici che si prospettano per il futuro e degli impatti di vario tipo nelle diverse regioni del mondo. Per prevenire i rischi più seri è necessaria un’azione globale condivisa di prevenzione delle cause (azioni di mitigazione) e di prevenzione delle conseguenze negative (azioni di adattamento), il cui quadro generale di riferimento è la “Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici” (UNFCCC), adottata nel 1992 a Rio De Janeiro e la cui prima fase di attuazione, che scade nel 2012, è il Protocollo di Kyoto, destinato ai soli Paesi industrializzati.

In vista del 7 dicembre 2009, inizio della sessione negoziale sul clima dell’ONU, convocata a Copenhagen, un gruppo di lavoro, rappresentativo dei 192 Paesi firmatari della UNFCCC, sta lavorando intensamente per definire il testo del nuovo trattato che a partire dal 2012 coinvolgerà tutti i Paesi e che chiarirà anche le molte questioni che in questi anni si sono aperte sull’interpretazione della UNFCCC.

A che punto sta la discussione? Quali strade si prospettano e quali problemi si devono affrontare per giungere ad un nuovo Protocollo entro fine anno? I nodi stanno venendo al pettine, ma chi è al di fuori delle logiche della negoziazione internazionale stenta a capirci qualcosa.

Ho chiesto lumi ad un amico/collega, Vincenzo Ferrara dell’ENEA, che ne sa molto più di me, se non altro perché della negoziazione internazionale ha fatto buona parte della sua attività negli scorsi anni e sicuramente, per quanto riguarda l’Italia, rappresenta la memoria storica degli ultimi due decenni. Sentiamo come la vede…

“Nel 2005, quando era cominciato il negoziato per la fase successiva alla scadenza del Protocollo di Kyoto, era apparso più logico, nel contesto politico internazionale di allora, emendare l’attuale Protocollo di Kyoto per ridefinire i nuovi impegni da attuare, i Paesi che avrebbero dovuto attuarli e le nuove modalità di attuazione. Una volta approvati gli emendamenti, si poteva estendere la validità del Protocollo (emendato) fino all’anno 2020 (una sorta di Protocollo di Kyoto-2). Con l’atteggiamento intransigente dell’amministrazione americana di allora, si trattava di una soluzione transitoria per rimandare le decisioni su come proseguire per raggiungere l’obiettivo ultimo della UNFCCC, riportato nell’articolo 2.

Nel 2007, nella sessione della UNFCCC di Bali, sono apparse evidenti le complicazioni che si ponevano con una soluzione temporanea del genere, e c’è stata una svolta. Dopo il 2012 sarebbe entrato in vigore un nuovo trattato internazionale basato, comunque, sulla UNFCCC (principi, obiettivo ultimo e quadro di riferimento generale), ma che sarebbe stato costruito attraverso un processo negoziale biennale chiamato “Road Map” di Bali.

La “Road Map” di Bali ha: due obiettivi di cooperazione e quattro pilastri per le azioni da attuare. I due obiettivi sono: la cooperazione su obiettivi a breve termine (dove per breve termine si intende una scadenza compresa fra il 2020 e il 2030) e la cooperazione a lungo termine sull’obiettivo ultimo della Convenzione UNFCCC (dove per lungo termine si intende la scadenza al 2050 e prima del 2080). I quattro pilastri delle azioni sono, invece, suddivisi in: due pilastri per le strategie (mitigazione ed adattamento) e due pilastri per gli strumenti di attuazione (strumenti finanziari e strumenti tecnologici).

Il lavoro finora è stato svolto in modo soddisfacente per la costruzione complessiva di questo nuovo trattato, ma esistono dei nodi da sciogliere affinché si possano definire in modo quantitativo le azioni (chi fa che cosa ed in quanto tempo) e le modalità (chi paga e come avere disponibilità ed accesso agli strumenti di attuazione). I nodi prioritari (e più cruciali) fanno, però, riferimento all’interpretazione dei due principi della UNFCCC: il principio della responsabilità comune ma differenziata ed il principio di equità [sul primo dei due principi si veda una definizione estesa qui - NdR] .

Che vuol dire “differenziata”? Differenziata tra chi “inquina” di più e chi “inquina” di meno (responsabilità attuale) o differenziata tra chi ha “inquinato” di più e chi ha “inquinato” di meno (responsabilità storica)? Come si applica l’equità (generazionale ed intergenerazionale) nella suddivisione degli impegni? Su base geografica (Paesi o gruppi di Paesi), sulla base di settori industriali, oppure sulla base del PIL pro-capite, delle emissioni pro-capite, dei futuri bilanci costi/ benefici, o su che altro? Tutti questi nodi sono riconducibili ad un unico nodo: la DIMENSIONE ETICA dei cambiamenti del clima, un nodo che è pregiudizievole di qualsiasi risultato concreto e che va rapidamente sciolto.

Poi, ci sono i nodi operativi e di scelte normative e metodologiche, cioè le questioni legate alla quantificazione degli obiettivi generali e nazionali di mitigazione ed adattamento sul breve e sul lungo periodo. Come risolvere i problemi economici nazionali per non impedire o rallentare lo sviluppo (compresi, anche, i Paesi produttori di combustibili fossili) e come risolvere quelli internazionali (regole della globalizzazione) per non scompensare i mercati? Come superare i problemi della diffusione e dell’uso di tecnologie coperte da brevetti, royalities o da vincoli di altro tipo, senza creare condizioni di colonialismo tecnologico?

Insomma, siamo alla parte più difficile, dove serve, non solo la buona volontà di tutti, ma soprattutto un atteggiamento costruttivo che superi gli egoismi nazionali e gli interessi di parte. Il contesto complessivo internazionale, questa volta, appare più favorevole e collaborativo. E le attese per l’appuntamento di Copenhagen sono altissime.”

Grazie Vincenzo, per aver chiarito il contesto in cui attualmente si muove la negoziazione internazionale ed aver evidenziato i nodi che stanno venendo al pettine.

Mi pare che oggi il problema dei cambiamenti climatici ci dia l’occasione per ripensare un ordine globale che deve essere fondato su principi etici, come quello dell’equità internazionale, un’equità che valga sia per la nostra generazione che per quelle future...

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08/05/09

Aggiornamenti sui cambiamenti climatici nel Mediterraneo

E' inutile nasconderlo: i cambiamenti climatici sono un problema globale ma i loro impatti si percepiscono a scala regionale e locale... Noi italiani, in particolare, dobbiamo preoccuparci di approfondire ciò che è accaduto e ciò che potrà avvenire nel bacino del Mediterraneo.

A questo proposito occorre notare che la situazione del Mare nostrum è alquanto peculiare, perché tale bacino si trova al confine tra la zona delle medie latitudini e la fascia tropicale, cosicché qualsiasi eventuale estensione di quest'ultima rischia di provocare mutamenti anche notevoli nel Mediterraneo e nei Paesi che vi si affacciano.

Approfondire il clima del bacino del Mediterraneo è dunque un imperativo per il nostro Paese, sia a livello specialistico e di formazione di esperti, sia a livello di conoscenza e presa di coscienza dei cambiamenti climatici in questa zona tra i non esperti.

In questo breve post mi permetto dunque di suggerire due occasioni di approfondimento.

Segnalo quindi che l'Università Kore di Enna e l'Istituto sull'Inquinamento Atmosferico del CNR di Roma organizzano la seconda International Summer School in Sicilia sui "Cambiamenti climatici nel Mediterraneo", dedicata a laureati in discipline scientifiche e a giovani ricercatori che vogliano entrare attivamente nel mondo delle ricerche e delle applicazioni su questo tema. Il primo annuncio della Scuola si trova qui (Scarica Annuncio_scuola - in italiano) e qui (Scarica Annuncio_scuola_ingl - in inglese). Come si può vedere dal programma di massima, quest'anno la Scuola è caratterizzata da una prima sessione comune in cui si forniranno le basi scientifiche dei metodi di osservazione e trattamento delle serie storiche, nonché i fondamenti della modellistica climatica. Nella seconda parte vi saranno due sessioni parallele, la prima dedicata ad approfondire la modellistica climatica e di impatto sui territori e gli ecosistemi mediterranei, la seconda mirata alla conoscenza delle tecnologie e delle "buone pratiche" per la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici. Ecco il programma definitivo: Scarica Programma_SUMMER SCHOOL_english.

Se questa prima occasione di approfondimento è ovviamente limitata a chi possiede una formazione scientifica di base che gli consenta di avvicinarsi a tale problematica dal punto di vista tecnico, mi piace sottolineare che, nel contempo, c'è ora un'occasione di aggiornamento (a livello divulgativo) anche per i non esperti. Si tratta della riedizione in forma di E-book di un libro da me curato, apparso originariamente tre anni fa e che fornisce una panoramica tuttora piuttosto aggiornata di ciò che sappiamo del clima e dei suoi impatti (presenti e futuri) nell'area mediterranea. Sulla pagina web dedicata al libro nel sito dell'editore c'è anche la possibilità di scaricare gratuitamente indice ed introduzione, tanto per rendersi conto di ciò che offre il libro.

Spero che ognuno, nel proprio ambito di competenze, possa usufruire di queste possibilità di aggiornamento perché, come ripeto spesso, le sfide che ci pongono i cambiamenti climatici sono tali e tanto importanti che occorre una conoscenza diffusa dei metodi e dei risultati della scienza del clima, sia a livello specialistico che nella pubblica opinione. Credo che in entrambi i casi proposti abbiamo a che fare con trattazioni rigorose e corrette.

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30/04/09

Riscaldamento o raffreddamento del clima?

Temperature-2008 Avrete sentito dire che da 10 anni a questa parte la temperatura del pianeta non sta più aumentando, anzi sta diminuendo... E' un cavallo di battaglia dei cosiddetti "scettici" del riscaldamento globale.

Prima di tutto bisogna notare che ciò è vero solo se si congiunge con un segmento il dato del 1998 con quello del 2008, mentre se, più correttamente, si traccia una retta di regressione tra i punti di questo intervallo, si ottiene una linea a temperatura sostanzialmente costante, che non mostra un andamento statisticamente significativo né in aumento né in diminuzione.

Ma c'è di più! Perché far partire l'intervallo di tempo considerato proprio dal 1998? Se, ad esempio, considero il periodo 1999-2008, ho un trend di temperatura in netto aumento... E così pure se il punto di inizio dell'intervallo è negli anni precedenti. Non sarà che a qualcuno fa comodo iniziare dal 1998? In questo anno, infatti, un El Niño molto forte ha rafforzato in maniera assolutamente anomala il riscaldamento globale in atto, tanto che al 1998 spetta ancora il titolo di anno più caldo degli ultimi 150 anni. In tal modo, negli anni successivi, il ritorno a valori più usuali di questa oscillazione nel Pacifico non ha permesso di battere questo record.

Detto ciò per amore di chiarezza, abbandono questo argomento perché non voglio innescare polemiche e mi faccio una domanda di tipo diverso. Ammesso e non concesso che siamo in presenza di una stasi nell'aumento di temperatura, quanto questa "pausa" è compatibile con ciò che sappiamo relativamente al ruolo delle forzanti esterne sulla dinamica del clima? O, limitandomi ancora di più e senza voler tirare in ballo cambiamenti nelle forzanti naturali, è interessante chiedersi se questa stasi possa essere spiegata dalla dinamica interna di un clima forzato unicamente da elementi antropogenici.

In un post precedente ho discusso di come per ricostruire correttamente il clima degli ultimi 150 anni si debba considerare, ovviamente, sia il ruolo delle forzanti antropogeniche che di quelle naturali, e di come queste insieme possano dare dettagli sull'evoluzione del clima in un futuro molto prossimo. Tuttavia, dato che sicuramente per un futuro leggermente più remoto (diciamo dal 2030 al 2100) non sappiamo quante eruzioni vulcaniche ci saranno, come cambierà con precisione la radiazione solare incidente, ecc., si è soliti "forzare" i modelli climatici essenzialmente con scenari di emissioni per i gas ad effetto serra (e talvolta anche per i solfati - raffreddanti - e per i cambiamenti nell'uso del suolo), tenendo costanti i valori delle altre forzanti.

Da parte degli scettici questi modelli vengono accusati di fornire scenari climatici con andamenti di temperatura sempre crescenti (monotòni). E dunque fasi di stasi come l'attuale non potrebbero essere viste, proprio perché, forzati dal solo aumento di gas ad effetto serra, i modelli darebbero una crescita continua di temperatura. Per traslato, la fase attuale invaliderebbe pertanto ciò che gli scettici chiamano il "paradigma serrista", o meglio la preponderanza del fattore antropico nel determinare il cambiamento climatico recente.

A questo proposito, un articolo recente di due ricercatori americani, apparso su Geophysical Research Letters, analizza con cura l'andamento temporale della temperatura globale nel corso del secolo appena iniziato così come ottenuto da uno dei più noti modelli climatici globali sotto uno scenario che ipotizza forti emissioni di gas ad effetto serra, uno scenario che conduce il modello ad una proiezione di aumento di temperatura di circa 4 °C per fine secolo.

Ebbene, anche in questo caso estremo di forte emissione, l'andamento della temperatura mostra periodi di 10-20 anni che presentano trend costanti o in leggera diminuzione. Ciò significa che il modello ha dentro di sé meccanismi di feedback tali che riescono a ricostruire una certa variabilità naturale del clima. Su periodi brevi, questa variabilità crea i momenti di stasi di cui si diceva. E questo solo considerando le forzanti antropogeniche. E' chiaro che, qualora avvenissero eruzioni vulcaniche di grande entità o cambiamenti naturali e antropogenici di altro tipo (si ricordi un post recente in cui discutevo del ruolo di aerosol e solfati), vi sarebbe possibilità di oscillazioni più importanti.

Insomma, questo "esperimento numerico", ottenuto considerando le sole forzanti dei gas ad effetto serra, ci dice che la stasi o leggera diminuzione di temperatura su brevi periodi di 10-20 anni risulta compatibile anche con un modello in cui si ignori la variazione delle forzanti naturali e addirittura in uno scenario emissivo estremo, che porti ad un ampio riscaldamento globale di lungo periodo.

Concludo con l'ultima frase dell'articolo citato:

"Le affermazioni che il riscaldamento globale non stia avvenendo, che derivano da un raffreddamento osservato su brevi periodi, ignorano questa variabilità naturale e sono ingannevoli."

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23/04/09

Effetto serra --> effetto guerra?

Che rapporto c'è tra i cambiamenti nel sistema socio-economico internazionale, oggi sempre più globalizzato, e i cambiamenti nel sistema climatico, di per sé globale?

Ovviamente sono due sistemi complessi che si influenzano a vicenda... Ad esempio, oggi lo sviluppo economico globale basato sui combustibili fossili influenza il clima; un tempo, con tutta probabilità, cambiamenti naturali nel clima di qualche regione hanno addirittura portato a declini di intere civiltà.

Oggi, però, siamo in presenza di una peculiarità: la globalizzazione nell'attingere alle risorse, nel produrre e nel commerciare fa sì che, se cambia la distribuzione delle risorse stesse, cambia anche la geografia socio-economica mondiale. E le risorse non sono soltanto i minerali o il petrolio: pensiamo alle risorse agricole...

Ebbene, qui si inserisce l'influenza dei cambiamenti climatici recenti e di quelli futuri sull'"ordine mondiale" e sul suo equilibrio. Ho già detto in un post precedente di ciò che si può prevedere per la produzione agricola futura in un regime di cambiamenti climatici, con i Paesi del nord del mondo che ci dovrebbero guadagnare e quelli del sud del mondo che rischiano di perdere il poco che hanno attualmente.

Si tratta solo di inventarsi una diversa ridistribuzione di queste risorse o c'è di più? Come mai molte agenzie governative che si occupano di sicurezza nazionale cominciano a preoccuparsi di questi scenari? C'è in ballo una destabilizzazione dell'ordine mondiale? Se fino ad ora si sono viste guerre per il petrolio, si vedranno guerre per l'acqua? E chi non potrà sopravvivere sui propri territori dove andrà? Il problema delle migrazioni sarà accentuato?

Credo che nessuno abbia una risposta certa a queste domande. Sicuramente non un ricercatore che si occupa di clima come me... Bisogna sapere di economia, di negoziazione internazionale, di politica...

A questo proposito voglio consigliarvi la lettura delle pagine interne del sito Effetto Serra - Effetto Guerra. Non si tratta di un sito catastrofista, bensì del sito del Vice Ambasciatore italiano in Canada, Grammenos Mastrojeni, che è un esperto di "Risoluzione dei conflitti" (insegna questa materia all'Università di Ottawa). Vi troverete una chiara visione delle interessanti interrelazioni esistenti tra ambiente/clima ed equilibrio internazionale.

Si tratta di una visione che in gran parte condivido. Mi piace sottolineare soltanto tre aspetti di ciò che si può leggere nel sito:

  • i due sistemi (quello socio-economico e quello climatico) vengono considerati nella loro complessità;
  • i rischi di conflitto dovuti al cambiamento climatico futuro vengono evidenziati chiaramente;
  • una soluzione viene proposta nel concreto per un ordine internazionale pacifico (e si constata che, molto probabilmente, la soluzione del problema climatico può condurre a quella del problema socio-economico, relativo all'equità e alla stabilità internazionale).

Vi lascio alla lettura, nella speranza che in futuro l'effetto serra non implichi più un effetto guerra, ma indichi solo quella confortevole "coperta" naturale che ci ripara dal freddo eccessivo di questa Terra, altrimenti troppo gelida per noi...

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17/04/09

Sott'acqua sulle tracce del clima

Antonioli_Argentarola_lr Sembrerebbe l'ambiente meno adatto per studiare la storia del clima, e invece immersioni in una grotta sommersa vicino all'Argentario (grazie a Fabrizio Antonioli per avermi consentito di inserire la foto a lato) hanno permesso di analizzare delle stalagmiti dove è "scritta" la storia del clima del periodo che va da 245.000 a 190.000 anni fa.

E' noto che per tempi remoti, in cui non disponiamo di misurazioni e osservazioni dirette relativamente al clima, dobbiamo rifarci a variabili indirette (dette proxy), di cui le più note sono probabilmente quelle che si possono estrarre dai carotaggi di ghiaccio effettuati in Antartide e Groenlandia. Ebbene, anche sott'acqua si trovano indicatori climatici: alcuni di questi ci mostrano (con una precisione forse inaspettata) le variazioni del livello del mare dovute ai cambiamenti di temperatura e alle oscillazioni nell'ammontare dei ghiacci sulla Terra.

In particolare, dai carotaggi si sa che ogni 100.000-120.000 anni sono avvenute grandi glaciazioni sulla Terra e questo fatto si può spiegare piuttosto bene con le variazioni orbitali terrestri unite a feedback del sistema climatico. Anche nei periodi interglaciali (più caldi), tuttavia, alcune periodicità orbitali possono aver innescato glaciazioni di più piccola entità. Un caso particolare è quello del periodo interglaciale che va da 245.000 a 190.000 anni fa. Molti dati proxy fanno "vedere" piccole glaciazioni intramezzate a periodi più caldi. L'effetto di queste periodicità orbitali a corto orizzonte temporale e di queste mini-glaciazioni devono aver provocato abbassamenti e innalzamenti del livello del mare di varia entità. A cosa corrispondono quantitativamente questi spostamenti verticali? Alla quantità di radiazione che giungeva a terra in quei periodi? All'entità di queste mini-glaciazioni? All'azione congiunta di entrambi questi fattori?

Per cercare di rispondere a queste domande può essere utile dare un'occhiata ad un articolo pubblicato recentemente su Nature Geosciences (per ora solo sull'edizione online, ma comparirà definitivamente nel numero di maggio della rivista). Si tratta di una ricerca italo-franco-australiana a cui ha partecipato l'amico e collega Fabrizio Antonioli dell'ENEA.

Gli autori dell'articolo in questione hanno analizzato delle stalagmiti prelevate da una grotta sommersa nello splendido scenario dell'Argentarola, in Toscana, vicino al promontorio dell'Argentario. Queste stalagmiti sono caratterizzate dal fatto di essere ricoperte da strati di vermi marini (Serpulidi) a varie altezze, a seconda di dove arrivava il livello del mare nei vari periodi. Una volta che si possieda un metodo di datazione efficace come quello dell'Uranio-Torio, si può risalire quindi al livello del mare in questo punto del Mediterraneo in vari momenti del periodo precedentemente indicato.

Innanzi tutto, il fatto che le stalagmiti siano ora sommerse, mostra ovviamente che in tutto quel periodo il livello del mare era più basso di oggi, dunque doveva esserci una maggiore quantità di ghiacci sulle terre emerse. Andando più nel dettaglio, i ricercatori autori di questo studio hanno identificato con accuratezza alcune oscillazioni nel livello del mare. In particolare, quando il livello del mare era più alto, ciò doveva essere dovuto ad una parziale deglaciazione.

Ora, in generale questi innalzamenti del livello del mare risultano abbastanza in fase con i massimi di radiazione solare nell'emisfero nord dovuti ai cicli di Milankovic relativi all'inclinazione dell'asse terrestre, che appaiono come la principale causa "forzante" che ha favorito queste deglaciazioni. L'ampiezza dell'innalzamento del mare, tuttavia, dipende anche dall'entità della glaciazione precedente e dall'inerzia nella deglaciazione. In questo senso, il risultato più importante che hanno ottenuto Antonioli e colleghi è che in un caso si è registrato un aumento minore e ritardato del livello del mare, proprio in corrispondenza al periodo successivo ad una intensa fase glaciale temporalmente determinata a circa 231.000 anni fa.

Tutto ciò fa capire come l'inerzia di alcuni elementi del sistema clima sia sufficiente a contrastare alcune forzanti naturali come quelle orbitali: in un diverso contesto di forzanti antropogeniche, di inerzia del sistema clima abbiamo già detto qui.

E' chiaro che queste evidenze sono di importanza cruciale per i modelli di paleoclima che cercano di ricostruire la storia climatica della Terra in un periodo in cui l'homo sapiens non esisteva e non poteva "perturbare" la situazione. Oggi in questi modelli vengono utilizzate soprattutto le forzanti orbitali e alcuni feedback del sistema, ma non si considerano ancora gli elementi evidenziati in questo studio.

Che dire poi dell'inerzia dell'ultima glaciazione di circa 20.000 anni fa? Possiamo imparare qualcosa da questi studi paleoclimatici sulla velocità attuale di deglaciazione, anche se oggi, con l'influsso antropico, siamo in condizioni molto diverse? L'ho chiesto direttamente ad Antonioli. La risposta è stata molto diplomatica: "Dobbiamo studiare ancora, questa volta a braccetto con i modellisti...".

Del resto è uno dei tratti caratteristici della scienza: ogni nuovo risultato porta con sé nuove domande e apre nuovi orizzonti di studio. Per il momento, comunque, è motivo di orgoglio vedere che oggi questi risultati vengono da una ricerca anche italiana. Grazie a Fabrizio Antonioli e ai suoi colleghi!

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07/04/09

Il radon in Abruzzo, Giuliani e la ricerca scientifica

"E dire che lo avevano previsto..." E' stato il triste e arrabbiato commento di un mio conoscente davanti alla tragedia contro cui si sta ancora lottando in Abruzzo.

Giuliani e il radon: e risorge il mito di un uomo solo contro l'establishment scientifico, un "eretico" che sarebbe stato messo all'angolo...

Vediamo cosa è successo. Pur non essendo un esperto di terremoti, posso dirvi con certezza che di radon per lo studio degli eventi sismici se ne parla da almeno 30 anni. Lo so perché mi sono occupato in un passato abbastanza recente di radon come tracciante della bassa atmosfera e ho sviluppato metodi modellistici che ne valutano l'importanza sulla fisica del boundary layer atmosferico e sulla dispersione di inquinanti in aria.

In questo periodo sono apparsi diversi studi scientifici sul tema, come si può facilmente vedere digitando "radon earthquake precursor" su Google scholar. I risultati non sembrano però definitivi, nel senso che spesso si sono identificati aumenti dell'emissione del radon dal sottosuolo come chiari segnali prima, durante e dopo alcuni terremoti ma, nel complesso sistema terrestre, anche altre cause di variazione sono presenti ed è estremamente delicato riuscire ad indicare un segnale "pulito", per giunta di previsione. Inoltre, a parte queste indicazioni qualitative, una previsione quantitativa non mi pare sia mai stata identificata con precisione nello spazio e nel tempo.

Ora, il sistema messo a punto da Giuliani prometteva di giungere a tanto. Nonostante la mancanza di un vero progetto, il nostro Giuliani è riuscito a piazzare 5 strumenti in altrettanti siti, anche con l'ospitalità dei laboratori INFN del Gran Sasso. Il sistema appare dunque piuttosto completo. Perché allora non si è ascoltato Giuliani? Perché non fa parte dell'establishment scientifico nel campo della geofisica?

Può essere... Ma se Giuliani non fa parte dell'establishment della geofisica italiana ed internazionale, però potrebbe far parte della sua comunità... Cosa vuol dire far parte di una comunità scientifica? Significa adottare le regole di questa comunità che, nello specifico, sono quelle di pubblicare su riviste internazionali i propri risultati. Ciò, a causa del sistema di peer-reviewdà una certa garanzia sulla bontà delle metodiche e sull'affidabilità dei risultati ottenuti, in quanto passati al vaglio dei migliori esperti del settore. Ebbene, a quanto mi risulta (qualcuno mi corregga ovviamente se sbaglio) Giuliani questo non lo ha mai fatto.

Come fare allora a dargli retta quando ci dà una previsione? E' un grande ricercatore o un visionario? Come possiamo giudicare l'affidabilità dei suoi risultati? Ha mai mostrato dati su questa affidabilità?

Qualcuno mi dirà che ciò non gli è stato possibile perché nessuno gli ha concesso fondi per approfondire le sue ricerche... Può essere vero, ma certo la "fiducia" su un determinato metodo si conquista pubblicando e mostrando di essere bravi, al di là di qualsiasi ostacolo che possa venire dall'inerzia del sistema di finanziamenti, che pure esiste e certamente può "deprimere" ricerche innovative... Chi ci può dire, oggi, qualcosa sulla bontà delle metodiche e sull'affidabilità delle ricerche di Giuliani se queste non sono mai state valutate da esperti del settore o se, peggio, sono state valutate e ritenute non pubblicabili perchè non valide?

I dubbi, ovviamente, non si dipanano con questi ragionamenti, ma forse un'occhiata più da vicino alle sue previsioni ci può dire qualcosa di più. Cosa aveva previsto Giuliani? Come si è discusso su La Stampa, egli prevedeva un forte terremoto nella zona di Sulmona per la fine di marzo. E' successo che il terremoto c'è stato dalle parti dell'Aquila una settimana dopo. Se ci si fosse basati sulla previsione di Giuliani si sarebbe evacuata Sulmona 8 giorni fa... E dove si sarebbe portata la gente? All'Aquila? Forse oggi avremmo più vittime...

Insomma, è certo che il sistema di valutazione e di finanziamento della ricerca scientifica ha una certa inerzia e può ostacolare ricerche innovative, ma è anche vero che nella storia della scienza queste ultime alla fine sono state accettate se risultate effettivamente di buona qualità. Questo non può che essere un invito a Giuliani a rimboccarsi le maniche e, se veramente crede nelle proprie idee, a lavorare di più. Alla fine, in ambito scientifico, il merito viene sempre premiato...

CATEGORIE: Prima pagina, Scienza

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