Antonello Pasini -

16/05/08

Piccoli Nargis anche in Italia?

La tragedia birmana continua a commuovere, ma soprattutto induce un sentimento di rabbia, perchè si sarebbe potuta evitare: oggi i modelli riescono a prevedere con buona accuratezza l'arrivo di un ciclone tropicale su una determinata zona con almeno 48 ore di anticipo.

Birmania_nargis Inoltre, il meccanismo con cui un ciclone tropicale crea inondazioni in zone costiere è piuttosto chiaro: i venti fortissimi sulle "braccia" del ciclone e la bassissima pressione nel suo "occhio" producono un innalzamento locale del livello marino (storm surge) che, quando impatta sulla costa, produce inondazioni di notevole portata.

A lato mostro due immagini NASA che "fotografano" la situazione prima (sopra) e dopo (sotto) il passaggio di Nargis. E' evidente come tutta la zona peninsulare di quel delta sia stata "spazzata" da una violenta inondazione.

Oggi, poi, si fa un gran parlare del possibile influsso del riscaldamento globale sui cicloni tropicali, soprattutto perchè l'aumento di temperatura del mare potrebbe fornire un surplus di energia per la formazione di questi sistemi. Più in particolare, mi sono sentito spesso rivolgere la domanda: "Ma se nel Mediterraneo la temperatura delle acque continuerà a salire, saremo anche noi a rischio cicloni?".

Ebbene, nel baillame di informazioni che girano sul web, credo che sia il caso di citare brevemente un paio di fonti scientifiche che ci aiutino a fare chiarezza.

Sul primo punto (il rapporto tra global warming e cicloni tropicali) le evidenze osservative e qualche studio simulativo che comincia ad approcciare il problema ci dicono che non esiste un chiaro rapporto tra numero dei cicloni e temperature superficiali degli oceani, mentre, almeno in alcune zone, esiste una evidente relazione tra la temperatura delle acque oceaniche e la virulenza dei cicloni stessi.

Hurricanes_emanuel Una evidenza piuttosto impressionante di quest'ultimo fatto è mostrata proprio nella figura a fianco, adattata da un articolo di Kerry Emanuel (del MIT di Boston) pubblicato su Nature nel 2005. Nel grafico viene mostrato l'andamento della temperatura superficiale nella zona dell'Atlantico dove nascono i cicloni tropicali (qui chiamati uragani) e l'andamento di un indice di dissipazione di potenza, creato da Emanuel e che vuole valutare la "virulenza" degli uragani stessi.

Ebbene, è piuttosto evidente come le due curve siano in correlazione molto stretta (quando una sale, sale anche l'altra, e viceversa): la fornitura di un surplus di energia sembra essere dunque collegata con lo sviluppo di uragani più violenti. Ovviamente studi più accurati sono necessari per passare a modellizzare i rapporti causa-effetto in questi casi; tuttavia, in attesa di modelli climatici ad altissima risoluzione che "sperimentino" nel dettaglio su situazioni di questo tipo, tali evidenze vanno tenute in considerazione...

E infine l'ultimo punto (futuri cicloni nel Mediterraneo): ma qui mi limiterò a poche considerazioni, "lasciando la parola" a chi ne sa più di me.

Ebbene, effettivamente nelle ultime estati varie volte la temperatura delle acque mediterranee ha superato i 26-27°C, che è considerata la soglia di temperatura per l'innesco dei cicloni. Tuttavia, per fortuna, il Mediterraneo non è un bacino tropicale, è piuttosto piccolo (cioè non c'è abbastanza spazio per l'evoluzione dei cicloni) ed è contornato da terre e, come si sa, eventuali cicloni dissipano rapidamente la loro energia e si "esauriscono" rapidamente sulle terre emerse. Dunque non ci sono le condizioni per il completo sviluppo di un ciclone tropicale nel Mediterraneo.

Tuttavia non tutti sanno che, dal momento in cui è iniziato il monitoraggio continuo da parte dei satelliti di osservazione della Terra, più volte si sono "visti" piccoli cicloni nel Mare Nostrum, i cosiddetti "cicloni mediterranei". E proprio in Italia ci sono ricercatori, che il mondo ci invidia, che hanno sviluppato modelli in grado di ricostruire al loro interno questi fenomeni e di prevederne correttamente l'evoluzione.

Sono lieto di poter citare i risultati ottenuti dall'amico Marcello Miglietta e dal suo "maestro" Andrea Buzzi, entrambi dell'Istituto per lo Studio dell'Atmosfera e del Clima (ISAC) del CNR. Ma non mi voglio sostituire a loro nel descrivere i risultati raggiunti: vi segnalo un articolo divulgativo apparso recentemente sull'Almanacco della Scienza del CNR, dove potrete anche "vedere" un ciclone mediterraneo che ha interessato la Puglia nel settembre 2006.

Manifestazioni cicloniche violente si sono dunque già avute anche nel Mediterraneo ed in Italia. Se poi la loro virulenza potrà aumentare in futuro e avvicinarsi un po' a quella dei cicloni tropicali, beh, lo chiederò a Buzzi e Miglietta...

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13/05/08

Cambiamenti climatici nel Mediterraneo: facciamo il punto

I congressi rappresentano per gli scienziati occasioni di confronto e discussione con colleghi provenienti da altre parti del mondo: sono momenti in cui ci si "fertilizza" a vicenda e luoghi dove sovente nascono nuove idee e vengono aperti nuovi itinerari di ricerca.

I neolaureati e gli studenti hanno spesso qualche difficoltà a partecipare attivamente a queste occasioni di confronto, soprattutto perchè non hanno ancora acquisito completamente le tecniche e il linguaggio formale delle ricerche più avanzate, cosicché il livello della discussione può apparire troppo elevato e specialistico per loro.

Fortunatamente esistono occasioni anche per loro, che sono costruite appositamente per colmare questo gap di conoscenza e renderli in grado di accostarsi alle ricerche più specialistiche in maniera didattica e graduale. Sto parlando delle numerose Scuole che, soprattutto nel periodo estivo, vengono organizzate da Università o Centri di ricerca. Qui i giovani hanno la possibilità di incontrare alcuni tra i massimi esperti delle loro discipline, sia durante lezioni frontali o esercitazioni, che nei momenti liberi da lezioni. Ciò consente un rapporto più friendly e informale, che permette non solo di acquisire tecniche, metodologie, linguaggio specialistico, ma anche di scoprire un modo di pensare innovativo e creativo, nonchè di entrare nel "laboratorio mentale" dei massimi esperti in materia.

Lo studio del clima e dei suoi impatti, essendo un settore di ricerca interdisciplinare e in grande crescita, necessita più di altri di queste occasioni per i giovani. In particolare, oggi la frontiera di questi studi si è spostata dalla scala globale a quella regionale, in quanto per studiare gli impatti sul territorio e sugli ecosistemi, non basta più ottenere analisi e proiezioni globali, ma occorre concentrarsi su singole parti sub-continentali o nazionali. In questo quadro, il bacino del Mediterraneo rappresenta un caso di studio molto interessante e, tra l'altro, di diretto interesse per noi italiani.

Ebbene, ora c'è un'occasione per fare il punto su quanto sappiamo sulle osservazioni climatiche passate nel Mediterraneo, sulle capacità modellistiche di ricostruire il suo clima passato e sulle proiezioni future, sull'oceanografia di un bacino così particolare, sugli effetti di desertificazione in alcuni territori che vi si affacciano, sugli impatti del livello relativo del mare sulle coste, su quelli sull'agricoltura e sulle piante, su quelli che influenzano la fauna marina e terrestre.

E, soprattutto, quest'occasione è rivolta a chi, con una laurea scientifica in tasca, si affaccia a questo tema da non specialista (almeno fino ad ora). Si tratta di una Scuola estiva organizzata in Sicilia dall'Università di Enna e che si terrà dal 6 al 10 settembre 2008.

L'annuncio della Scuola è appena uscito, in versione italiana (Download Annuncio_scuola.doc ) e inglese (Download Annuncio_scuola_ingl.doc ). Gli insegnamenti sono stati definiti (Download summer_school_italiano.doc e Download summer_school_english.doc). La deadline per la presentazione delle applications è il 15 giugno. Presto si troveranno ulteriori informazioni sul sito dell'Università di Enna, sotto la voce "Convegni".

Io ci sarò e sono sicuro che, come sempre succede in questi casi, l'incontro con tanti giovani entusiasti di poter far parte di questa grande comunità internazionale (il mondo della ricerca) mi darà nuovi stimoli per continuare a fare quello che faccio, sia pure nella difficile situazione italiana...

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08/05/08

Riscaldamento globale: un'inversione di tendenza?

La scorsa settimana sulla rivista Nature è apparso un articolo di ricercatori tedeschi che ha innescato una di quelle "ondate" di interventi sul web, ormai divenute periodiche, da parte dei cosiddetti "scettici" del riscaldamento globale.

In particolare, si è presa la palla al balzo per scrivere che questo articolo, mostrando con un modello che nel prossimo decennio la temperatura potrà subire una flessione per una variazione della circolazione oceanica nell'Atlantico settentrionale, non farebbe altro che mostrare cose che a loro (gli scettici) sono note da tempo, cioè che il clima non verrebbe influenzato dall'uomo mediante le sue attività, ma sarebbe pilotato essenzialmente da fattori naturali.

A questo punto ritengo che l'articolo in questione vada analizzato seriamente per poter dire una parola chiarificatrice.

Ebbene, prima di tutto va constatato che, nonostante i "battiti d'ali delle farfalle", le proiezioni climatiche sono fattibili (vedi il post precedente) e anzi le richieste che si fanno ad un modello climatico sono solitamente meno stringenti di quelle che facciamo ad un modello meteorologico, proprio perchè il clima è un concetto statistico (vedi anche qui).

Tutto ciò da un punto di vista matematico. Dal punto di vista fisico, invece, il clima rappresenta la manifestazione tangibile del bilancio energetico terrestre tra energia entrante (essenzialmente solare) ed energia uscente verso lo spazio esterno al nostro pianeta. In questo senso il clima di un periodo di tempo sufficientemente lungo e lontano dall'attuale rappresenta la nuova situazione di equilibrio del sistema Terra in seguito al cambiamento delle forzanti esterne e dopo la risposta dei vari feedback interni. Le forzanti possono essere naturali, come la quantità di radiazione solare e di polveri vulcaniche, o antropogeniche, come l'emissione di gas ad effetto serra, i cambiamenti nell'uso del suolo e l'emissione di altri inquinanti dal potere raffreddante (ad esempio i solfati).

Una volta citato che le "definizioni" matematica e fisica di clima si incontrano e si compenetrano nella formulazione dei modelli climatici (leggi qui per vedere come), da quanto appena detto è chiaro che i modellisti si sono sempre dati da fare per comprendere quale nuovo stato di equilibrio si sarebbe potuto raggiungere a distanza di parecchi decenni dalla situazione attuale. In qualche modo, infatti, i regimi transitori su brevi periodi hanno scarsa valenza climatica (influenzano poco le medie e le variazioni sul lungo periodo, mentre influenzano fortemente quelle sul corto range).

Questa attitudine dei modelli climatici non ha impedito loro di ricostruire correttamente il trend passato delle temperature a scala globale e continentale e ci consente attualmente di fornire proiezioni future da qui a diversi decenni, considerando le forzanti e i feedback principali che agiscono su e nel sistema clima.

E' chiaro che sarebbe auspicabile ottenere di più dai modelli, sia nella fase di ricostruzione del passato che in quella di proiezione sul futuro. In particolare sarebbe interessante capire cosa avviene di decennio in decennio, o addirittura di anno in anno. Ebbene, a questa scala temporale, la variabilità naturale del clima influisce fortemente sui valori dei parametri che si vanno a valutare e se non consideriamo le sue oscillazioni e i suoi cicli non riusciamo a capire ciò che accade.

Attribution_neuraletuttiAttribution_neuraletuttienso_2 Nelle figure a lato presento un esempio di questo tipo tratto dalla ricostruzione della temperatura media globale mediante un modello da me sviluppato (studio originariamente pubblicato qui).

In entrambe le figure la linea rossa rappresenta la temperatura globale effettivamente osservata, mentre le linee verdi sono le ricostruzioni del modello. A sinistra il modello è stato "nutrito" con i dati delle principali forzanti naturali e antropogeniche, a destra a queste ultime si è aggiunta l'informazione dell'andamento di un'oscillazione naturale del sistema climatico, quella relativa ai cicli di El Niño. Come si vede, la linea verde a sinistra ricostruisce bene il trend, ma non ha alcuna speranza di "vedere" le oscillazioni di temperatura da un anno a quello successivo, mentre queste ultime vengono colte egregiamente quando il modello tiene conto anche della variabilità naturale indotta da El Niño.

Ovviamente, si può pensare che le stesse cose accadano con le proiezioni future.

Proprio per questo, e in particolare per capire quale possa essere l'evoluzione a più corto raggio (ad esempio nel prossimo decennio) è indispensabile tenere conto dei vari cicli di variabilità naturale presenti all'interno del sistema clima. Ebbene, l'articolo dei ricercatori tedeschi è proprio un esempio di studio di questo tipo.

In particolare, essi hanno ricostruito nel passato alcuni indebolimenti della circolazione oceanica nell'Atlantico settentrionale che possono aver causato cambiamenti nella temperatura superficiale osservata dell'oceano e hanno riscontrato una oscillazione decennale in questo comportamento. Poi, immettendo questo "dato" in un modello climatico hanno effettuato previsioni fino al 2030.

Ebbene, il risultato è una lieve diminuzione nella temperatura riscontrata nella zona interessata dalla oscillazione e una ancor più lieve diminuzione a livello di temperatura media globale sul pianeta. Va detto chiaramente che ciò è di notevole importanza, perchè i modelli che non hanno all'interno l'informazione di questa oscillazione, tendono a prevedere un aumento graduale di temperatura e non una sua flessione.

Tuttavia (e ciò viene solitamente passato sotto silenzio), cosa succede alla fine del prossimo decennio? Ebbene, la temperatura ricomincia a crescere e, soprattutto, essa cresce più rapidamente di quanto non faccia la temperatura prevista dai modelli standard. Finchè, intorno al 2030, la flessione del prossimo decennio viene completamente "riassorbita", cioè le temperature previste da questo modello e dagli altri modelli tornano ad essere pressochè uguali.

In sostanza, questa oscillazione naturale ha un forte influsso nel breve periodo, ma un influsso direi trascurabile nel lungo range. La situazione potrebbe essere schematizzata dalla figura seguente.

Upsdowns Ad un trend medio di aumento delle temperature, qui rappresentato per semplicità come lineare, si sovrappone un andamento più realistico che contempla anni di lieve raffreddamento ma anche periodi (più lunghi) di maggiore riscaldamento rispetto all'andamento medio.

Se, come prescrive l'Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), i parametri climatici vanno calcolati su un periodo di almeno 30 anni, per i valori medi le cose cambiano veramente poco. Ma per noi, per gli impatti sui territori e sugli ecosistemi di questo nostro pianeta?

Lì le cose cambiano, eccome! Pensiamo solo alle capacità di adattamento: queste sono fortemente influenzate non dall'entità totale del cambiamento, ma dalla sua rapidità! E allora quei periodi di crescita molto rapida della temperatura (dopo i raffreddamenti) rendono più difficile gestire il territorio e possono far diventare ancora più critico l'adattamento di molti ecosistemi.

In sostanza, grazie a questi ricercatori tedeschi per il loro studio, che apporta crescita di conoscenza del nostro sistema clima e che ci indica la strada per rendere più realistici (anche alla breve scadenza) i nostri modelli.

A chi ha estrapolato da questo articolo conclusioni affrettate e discutibili, l'invito a leggere le fonti o a basarsi su chi queste fonti le ha analizzate con metodo scientifico...

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30/04/08

Il clima sulle ali di una farfalla

Qualche giorno fa è morto Ed Lorenz, all'età di 90 anni. I media italiani hanno generalmente dedicato poco spazio al suo ricordo e il più delle volte si è insistito sul fatto che le sue ricerche hanno cambiato radicalmente la meteorologia, con la sopravvenuta consapevolezza che "il battito d'ali di una farfalla in Brasile può scatenare un tornado in Texas", tanto per riprendere il titolo di una sua famosa relazione.

E in effetti è proprio per questo "effetto farfalla" che i moderni modelli meteorologici non riescono a prevedere correttamente il tempo per più di qualche giorno, perchè il sistema di equazioni che essi risolvono su un calcolatore è estremamente sensibile a errori nella determinazione dello stato iniziale (del tempo meteorologico), così come il famoso e più semplice sistema di Lorenz è sensibile alla determinazione dei valori iniziali delle proprie variabili. Quindi, se la nostra stima osservativa del tempo meteorologico non è perfetta (e ovviamente non può esserlo, non fosse altro che per il campionamento discreto delle misurazioni), l'errore che commettiamo all'inizio si amplifica sempre più al passare del tempo cronologico, così che, anche se il nostro modello descrivesse perfettamente il funzionamento dell'atmosfera, i risultati finali (ad esempio dopo 15 giorni) sarebbero inevitabilmente molto diversi dall'evoluzione meteorologica reale.

Acquisita questa consapevolezza, i meteorologi si sono dati da fare ed esistono oggi metodi per "tamponare questa falla". Ma non voglio parlare di questo...

Perchè mi pare più urgente fare chiarezza su un altro punto. Infatti, con la morte di Lorenz è subito risorta la domanda fatale:

Se non riusciamo a prevedere il tempo da ora a 15 giorni, come facciamo a prevedere il clima da ora a 30 anni, o addirittura fino alla fine del secolo?

In particolare, questo argomento è uno dei "cavalli di battaglia" dei cosiddetti "scettici", che considerano gli attuali modelli climatici non adatti a fare proiezioni del clima futuro.

In un post precedente ho già discusso della differenza tra tempo e clima. Non ci torno approfonditamente: voglio solo ricordare che, mentre il tempo è lo stato dell'atmosfera in una certa zona (misurato tramite i valori dei suoi parametri), il clima è un concetto statistico che valuta il "tempo medio" e la sua variabilità nell'arco di un periodo di tempo cronologico consistente (almeno un trentennio) in quella determinata regione del globo. Ebbene, si può mostrare che, se si tengono costanti i fattori esterni che influiscono sul clima, la media a lungo termine dei parametri meteorologici e la sua variabilità (dunque il clima) non cambiano e sono valutabili con accuratezza da parte dei modelli. Il clima cambia quando variano i fattori di influenza esterna (ad esempio la radiazione solare, le emissioni dai vulcani, le emissioni di gas ad effetto serra, la deforestazione, l'emissione di inquinanti).

E' chiaro che è difficile valutare questi fatti con i modelli climatici realistici, data la loro enorme complessità. Allora, forse, è istruttivo utilizzare il modello di Lorenz per far vedere queste cose in un modello-giocattolo.

Lorenz_predicibilit Questo modello è costituito da un sistema di 3 equazioni in 3 variabili. Se riportiamo i valori di queste variabili in un sistema di assi cartesiani al passare del tempo, si può vedere che la traiettoria ricopre solo una porzione dello spazio tridimensionale (è il cosiddetto attrattore di Lorenz, la cui forma ricorda le ali di una farfalla e di cui nella figura a lato si mostra una sezione bidimensionale).

Analizziamo ora la situazione dai punti di vista delle previsioni meteorologiche e di quelle climatiche.

In ambito "meteorologico" vorremmo prevedere il valore delle nostre 3 variabili dopo un certo periodo di tempo. La figura ci mostra che se abbiamo un'incertezza nei valori iniziali (identificata con un cerchietto) vi sono situazioni (come quella del primo grafico in alto) in cui posso tranquillamente prevedere il futuro con pochissima incertezza, perchè tutti i punti all'interno del cerchietto seguono traiettorie vicine. In altre situazioni la previsione è più critica, perchè una piccola incertezza iniziale porta ad evoluzioni finali anche completamente diverse, come nel grafico in fondo a destra. Ci sono dunque situazioni iniziali che permettono una previsione piuttosto lunga e altre che non la consentono.

Ma che dire del clima? Il clima nel "mondo di Lorenz" è dato dal valor medio delle 3 variabili su tutta la "figura" gialla (l'attrattore) e dal loro sparpagliamento intorno alla media. Il fatto che, da qualsiasi punto si parta, l'evoluzione delle traiettorie vada a giacere sull'attrattore significa che il clima non risente delle singole traiettorie (cioè non dipende dallo specifico tempo meteorologico che si attua situazione per situazione - ossia punto per punto). Il clima è dunque perfettamente determinato dalla statistica delle traiettorie.

Solo per fare un esempio, si noti che la densità dei punti è uguale nell'ala destra e in quella sinistra della farfalla-attrattore di Lorenz. Dunque il valor medio della variabile sull'asse orizzontale è situato proprio in corrispondenza al punto centrale delle due "ali". Se questa variabile dovesse essere la temperatura, potrei dire che esistono due "regimi" in corrispondenza delle due ali, uno con clima più freddo (l'ala di sinistra) e uno con clima più caldo (l'ala di destra).

A questo punto mi aiuto con la figura sottostante, tratta dai risultati di due simulazioni didattiche da me effettuate.

Lorenz_clima In entrambe le parti della figura si mostra un attrattore di Lorenz nella proiezione lungo gli assi delle variabili X e Y. La parte A è analoga alla figura gialla precedentemente mostrata e "fotografa" la situazione di un sistema di Lorenz classico. In particolare, la densità dei punti è uguale nelle due ali dell'attrattore, esattamente come prima, e anzi, ora che gli assi riportano i valori delle variabili, posso stimare il valor medio della variabile X,  che risulta molto vicino a zero. Ancora una volta, se X dovesse rappresentare una temperatura, avremmo un regime freddo e uno caldo che si presentano con la stessa frequenza (la densità di punti è la stessa sull'ala di destra e su quella di sinistra) e la "temperatura" media sarebbe zero.

La parte B della figura mostra invece le traiettorie che si ottengono quando al sistema di Lorenz si aggiunge una piccola forzante esterna. In pratica, in questo modello-giocattolo simuliamo ciò che sta avvenendo nella realtà climatica con l'aumento delle forzanti antropogeniche. Ciò che succede è molto chiaro: la forma dell'attrattore non cambia sostanzialmente, ma la densità dei punti non è più la stessa sulle due ali e l'ala di destra viene frequentata molto di più (abbiamo più situazioni di "caldo" rispetto alle situazioni di "freddo"). In particolare la "temperatura" media diviene positiva. Il clima nel "mondo di Lorenz" è cambiato!

Se prevedere il punto di arrivo di una singola traiettoria (cioè il tempo meteorologico futuro) dopo un certo periodo di tempo non è possibile, prevedere il clima che cambia sotto la spinta di forzanti esterne invece lo è... In questo secondo caso la singola traiettoria non è importante:  dunque il fatto che non sappiamo fare previsioni del tempo oltre un certo intervallo temporale non inficia la proiezione climatica. Ciò che serve è sapere come queste traiettorie si distribuiscano statisticamente in un lungo periodo di tempo e questo può essere fatto facendo "correre" il modello nel calcolatore molto a lungo sotto la spinta di determinate forzanti esterne.

Ovviamente i modelli-giocattolo come quello di Lorenz non hanno la pretesa di semplificare le tante caratteristiche del sistema climatico reale. Tuttavia, la loro intrinseca complessità (unita ad una bassa dimensionalità che permette di visualizzare i risultati) fornisce un esempio di ciò che accade anche nei modelli climatici moderni. Si veda ad esempio qui per un esempio di insorgenza dell'effetto farfalla (cioè del caos deterministico) in un modello climatico recente.

Grazie a Ed Lorenz per aver aperto queste strade con il suo modello...

... permettendoci di studiare il clima sulle ali di una farfalla.

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23/04/08

Non solo fuga...

Ho fatto vedere a mio figlio piccolo il trailer del film-documentario di cui scrivevo nel post precedente.

Era_glaciale Gli è subito venuto in mente il serpentone di "varia umanità" che nel film "L'era glaciale 2" fuggiva dallo scioglimento dei ghiacci. Mi ha chiesto se noi scienziati abbiamo trovato analoghe "carovane" negli ultimi anni.

L'ho dovuto un po' deludere, ricordandogli che in realtà i diversi animali non parlano tra loro come in quel cartone animato e non si mettono d'accordo per partire tutti insieme. Gli ho anche ricordato, comunque, che molti segnali di spostamenti ci sono anche nella realtà e che tutti questi animali hanno tanti modi diversi di reagire al fatto che il clima sta cambiando: lo spostamento è solo uno di questi.

Riprendendo quella chiacchierata con mio figlio, mi piacerebbe riassumere brevemente le "strategie" che gli animali adottano per fronteggiare questi cambiamenti, magari con un linguaggio un po' più per adulti... Nel far ciò, mi baso sulla rassegna molto chiara di lavori scientifici che i colleghi Mauro Cristaldi e Germana Szpunar, del Dipartimento di biologia animale e dell'uomo dell'Università "La Sapienza" di Roma, hanno recentemente pubblicato nel volume Kyoto e dintorni. I cambiamenti climatici come problema globale (Franco Angeli editore). Al loro articolo rimando anche per qualsiasi approfondimento e per una introduzione allo "stato dell'arte" delle ricerche in questo campo.

Risposteanimali_cambclim Ebbene, sintetizzando al massimo e aiutandomi con lo schema che mostro a lato, si può affermare che le "strategie" con cui gli animali rispondono al cambiamento climatico in atto sono sostanzialmente tre.

La prima (quella che precedentemente ho chiamato "fuga" dal riscaldamento globale) consiste nel cambiamento dei cosiddetti areali, cioè dello spazio geografico in cui la specie è presente e interagisce con l'ecosistema. E infatti molte specie, anche non migratorie, si stanno spostando: o per effetto diretto di cambiamenti climatici (ad esempio per l'aumento della temperatura nell'areale originario), o per qualche effetto indiretto, ad esempio perchè le variazioni climatiche fanno spostare altre specie di cui si nutrono. Ovviamente è più facile utilizzare questa strategia in mare, dove non vi sono particolari barriere naturali o antropogeniche ad ostacolare i movimenti, piuttosto che sulla terra: così oggi troviamo tanti pesci originari del Mar Rosso sui banchi dei nostri pescivendoli. Tuttavia, anche gli ecosistemi terrestri sono coinvolti in questi spostamenti...

Una seconda strategia di risposta ai cambiamenti climatici consiste nell'adattarsi in loco. In questo caso l'adattamento può essere di tipo plastico, con modificazioni del "comportamento" (inteso in senso lato), o addirittura di tipo genetico. Il secondo caso dovrebbe farci assistere ad una micro-evoluzione da una generazione a generazioni successive. E' chiaro che questo meccanismo evolutivo richiede più tempo rispetto alla risposta plastica: nonostante ciò, già in pochi decenni si sono riscontrati esempi di cambiamenti nel corredo genetico di determinati animali per mutazioni che rendono alcune specie più adatte al nuovo "ambiente climatico".

La risposta adattativa plastica presenta varie opzioni.

Per quegli animali che compiono migrazioni annuali si è riscontrata una generale tendenza ad arrivi primaverili anticipati, soprattutto per i migratori a corta distanza.

Un'altra strategia adattativa che permette agli animali di risparmiare energia in condizioni di stress  (temperature basse o scarsità di cibo) è il letargo. Anche qui si sono osservati spesso risvegli primaverili anticipati, dovuti principalmente all'aumento della temperatura (in particolare delle minime notturne). Questi risvegli anticipati, però, possono portare con sè dei problemi: ad esempio, si è visto che alcune marmotte negli USA si svegliano dal letargo quando ancora sul terreno c'è neve e le piante di cui si nutrono non sono ancora presenti.

Anche la riproduzione e i cicli vitali sono risultati alterati dal precoce inizio della primavera! Pure qui, però, l'eventuale sfasamento con i cicli delle altre specie animali e vegetali, può indurre problemi di mortalità degli adulti o di sopravvivenza della prole.

E ancora, il clima mutato e i cambiamenti adattattivi che ho appena presentato possono anche influire sulla morfologia di determinati animali. Ad esempio, il fatto che gli orsi si sveglino dal letargo quando ancora c'è poco cibo disponibile, li induce ad adattarsi bruciando ancora il grasso invernale, costringendoli così a diminuire di peso, con condizioni risultanti di forte stress.

E infine, l'ultima "strategia"...

Usando le parole di Cristaldi e Szpunar:

"Chi non può migrare, chi non trova altre zone con condizioni climatiche favorevoli, chi vive in habitat marginali, o chi non riesce ad adattarsi ha come unica prospettiva l'estinzione."

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16/04/08

In fuga dal riscaldamento globale

Mi sono sempre piaciuti i documentari sugli animali. Da bambino ero particolarmente colpito dai loro comportamenti "quasi umani", così come venivano sottolineati (forse allora più di adesso) dagli autori. Oggi mi sento attratto dalla descrizione della complessità degli ecosistemi, dalla loro evoluzione nel tempo e dalle varie forme di "cooperazione" e sinergia tra individui e specie.

In ogni caso, un documentario mi lascia sempre con una maggiore comprensione delle dinamiche evolutive (e di strategie per la sopravvivenza) e, all'interno di queste dinamiche, con un senso di "affetto" per le altre forme di vita presenti sul pianeta.

Da qualche tempo, poi, in collaborazione con colleghi del Dipartimento di biologia animale e dell'uomo dell'Università di Roma - La Sapienza e dell'Istituto per lo Studio degli Ecosistemi del CNR, mi occupo di studiare gli impatti dei cambiamenti climatici recenti su alcuni "topini" che vivono in Appennino e che vengono "osservati" da circa 20 anni in Abruzzo, vicino alla Majella.

Poster_foto1 Poster_foto2 La "simpatia" di questi topini è facilmente percepibile dalle foto qui a fianco. Ma la cosa che interessa di più dal punto di vista scientifico è che essi sono molto sensibili a cambiamenti in temperatura, precipitazioni e copertura nevosa, tanto che abbiamo potuto elaborare un modello che, a partire da questi dati meteo-climatici, riesce a ricostruire la "numerosità" della loro popolazione. Alcuni risultati preliminari sono apparsi in un articolo recente (Download 6-48_pasini.pdf) su un volume edito dal CNR, mentre ulteriori risultati sono in corso di pubblicazione su riviste internazionali.

La sensibilità ai cambiamenti del clima rende a rischio il futuro di questi animali e tale osservazione è particolarmente importante perchè rappresenta un esempio del fatto che tante specie subiscono e subiranno impatti di questo tipo, non solo orsi bianchi, pinguini o altri animali-simbolo del rischio estinzione! In particolare, tutta la "catena alimentare" è coinvolta in questo fenomeno.

Ma torniamo ai documentari... Proprio a causa di questi studi recenti, mi è stato chiesto di commentare alcune immagini di un film-documentario presentato in anteprima qualche giorno fa. Io avrei voluto "passare il testimone" ai miei colleghi biologi ed ecologi ma i tempi della TV (sia pure una web-TV) sono stati ancora una volta (si ricordi un post precedente) così stretti, che la cosa è risultata impossibile.

Il film-documentario in questione è Going North. Vie di fuga dal riscaldamento globale e descrive le strategie migratorie di specie animali che affrontano l'emergenza caldo. Antonio Cianciullo su La Repubblica TV ha dedicato a questo film la trasmissione di approfondimento cui ho partecipato. Vi lascio a questo video per una sua presentazione esauriente e approfondita, corredata da immagini molto suggestive.

Qui voglio lasciarvi con due semplici considerazioni:

- la fuga (la migrazione) non è l'unica strategia di adattamento che il mondo animale mette in atto per difendersi dai cambiamenti climatici: ne discuterò presto altre;

- la fuga non è prerogativa solo degli animali... Cosa potranno fare le popolazioni dell'Africa sub-sahariana se si verificheranno gli scenari di impatto agricolo discussi nel post precedente?

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11/04/08

Cambiamenti climatici futuri: chi vince e chi perde...

Dal 31 marzo al 4 aprile scorsi si è tenuto a Bangkok un incontro importante nell'ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici UNFCCC. Questo meeting doveva delineare un piano di lavoro per giungere nel 2009 a scrivere un protocollo che impegni tutti i Paesi del mondo a continuare e a intensificare dopo il 2012 le azioni che inizialmente il protocollo di Kyoto prescriveva per i soli Paesi sviluppati.

Ciò è stato fatto e il documento finale mostra una fitta "tabella di marcia" che dovrebbe consentire, almeno teoricamente, di raggiungere questo fine.

Ovviamente tutto questo lavorio negoziale si dimostra necessario, in quanto il problema di mantenere le condizioni climatiche entro limiti "non pericolosi" risulta molto complesso ed è assolutamente indispensabile affrontarlo a scala globale. Tuttavia, spesso non si riflette sul fatto che non tutti i Paesi e le società nazionali sono vulnerabili allo stesso modo di fronte ai cambiamenti climatici che si ipotizzano per il futuro. Anche in questo settore c'è chi vince e c'è chi perde... e guarda caso, ancora una volta, chi perde sono i Paesi più poveri!

Voglio solo proporre un risultato che fa riflettere...

Tavola_7_lr_2 I cambiamenti climatici conducono a far variare anche la produzione agricola! I grafici che mostro qui, tratti da studi dell'amico e collega Francesco Tubiello della Columbia University di New York, sono recentemente apparsi (Copyright Franco Angeli 2006) nel volume Kyoto e dintorni. I cambiamenti climatici come problema globale. In essi si mostra l'andamento previsto (da alcuni modelli) di un indice (preso come 100 nel 1990) che si riferisce alla produzione di cereali nei Paesi sviluppati (sopra) e in quelli in via di sviluppo (sotto).

La produzione di  questi cereali nei Paesi sviluppati (che guarda caso si trovano tutti nel Nord del mondo) tenderà ad aumentare, soprattutto a causa delle nuove terre che verranno ad essere disponibili per l'agricoltura a causa della fusione dei ghiacci e del permafrost (si pensi, ad esempio, a Canada e Siberia). Viceversa, la sempre maggior criticità nella disponibilità di acqua, l'innalzamento delle temperature  e l'aumentare di fenomeni estremi (siccità, alluvioni, inondazioni, ecc.) tenderanno a rendere sempre più a rischio i raccolti nei Paesi del Sud del mondo (nella foto, un evento di questo tipo in Bangladesh).

Floodinginbangladesh Sappiamo bene che già oggi esiste una forbice nella produzione agricola tra Nord e Sud del mondo... Ebbene, i cambiamenti climatici tenderanno ad allargare ulteriormente questa forbice di ineguaglianza. E vederlo chiaramente così, come risultato dell'applicazione di modelli climatici e di impatto agricolo, è veramente impressionante...

Il problema dei cambiamenti climatici rischia di farci giocare sulla pelle di tante persone...

E purtroppo non è una partita di poker in cui chi perde può rifarsi la prossima volta. Qui chi perde, rischia di perdere per sempre...

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04/04/08

Lo sviluppo tecnologico può fermare il cambiamento climatico?

E' la classica domanda da un milione di dollari! E nessuno di noi possiede tutti i dati e gli strumenti per rispondervi in maniera dettagliata ed esauriente...

Tuttavia, sul numero di ieri di Nature è stato pubblicato un articolo di commento che fornisce alcuni elementi che vanno considerati come base per qualsiasi discussione in merito. Il settimanale inglese ha dedicato anche un editoriale a questo articolo, ha raccolto le opinioni in merito di alcuni esperti nella sua sezione di News e ha invitato i propri lettori a partecipare alla discussione. Il tutto è liberamente disponibile online.

L'articolo in questione è firmato da Roger Pielke Jr, un esperto di politica della scienza, da Tom Wigley, un climatologo molto noto, e da Christopher Green, un economista.

Come molti sapranno, le proiezioni climatiche future ottenute dai modelli dipendono fortemente da quali assunzioni si fanno sulle prossime emissioni di gas ad effetto serra (come la CO2) nel secolo appena iniziato, che a loro volta dipendono da scenari economici e di produzione energetica. Ebbene, in questo senso la comunità scientifica si è dotata di alcuni scenari di emissione che sono stati utilizzati dai modellisti per "alimentare" i propri modelli e permettere loro di fornirci un ventaglio di proiezioni climatiche future. Di queste proiezioni, quelle più pessimistiche, cioè quelle che forniscono, ad esempio, i maggiori aumenti di temperatura globale, sono quelle che derivano dall'ipotesi di futuri scenari di sviluppo economico detti di business as usual (BAU), senza interventi correttivi politico-economici.

Ora, nell'articolo in questione, i tre autori notano che questi scenari (creati nel 2000), includono miglioramenti "spontanei" sia dell'efficienza con cui si produce l'energia sia della cosiddetta "intensità di carbonio" della produzione stessa: in tal senso una tonnellata di combustibile dovrebbe essere trasformata in energia utilizzabile con maggior efficienza e, allo stesso tempo, la CO2 che esce da questa tonnellata dovrebbe essere di meno. Ovviamente, per altre produzioni di energia (solare, eolica, nucleare, ecc.) si deve parlare di tonnellate equivalenti... Il fatto che questi miglioramenti vengano considerati "spontanei" significa che essi non sarebbero indotti da interventi politici ma sarebbero una tendenza interna allo sviluppo tecnologico.

I tre autori, allora, fanno notare innanzi tutto che la tendenza ad un miglioramento nell'efficienza e nell'intensità di carbonio, che effettivamente si era avuto dal 1970 al 2000, si è completamente invertita negli ultimi anni. Ciò ha portato ad un incremento notevole nelle emissioni di CO2, specie da parte di Cina e India, non previsto da scenari BAU. Avevo già fatto notare la cosa in questo post di qualche mese fa.

Ovviamente, per passare da questi scenari BAU a scenari che consentano di ottenere una stabilizzazione dei gas ad effetto serra in atmosfera (e dunque della temperatura) lo sforzo tecnologico aggiuntivo non era poi particolarmente elevato e costoso, perchè una parte di miglioramento tecnologico era "spontanea" e già inclusa nei BAU stessi. In ogni caso, è chiaro che questo sforzo aggiuntivo può essere fornito solo da "correzioni" politiche e decisionali che spingano verso nuove tecnologie di produzione energetica...

Gli autori, allora, hanno creato uno scenario BAU estremo che non prevede miglioramenti tecnologici, cioè che assume una "tecnologia congelata" a quella attuale, e si sono resi conto che lo sforzo tecnologico richiesto per limitare i cambiamenti climatici potrebbe essere molto più forte di quello previsto dall'IPCC.

Attualmente si stanno revisionando tutti gli scenari di emissione per renderli più realistici. Questo sicuramente aiuterà a renderci conto meglio se lo sforzo tecnologico sia o no sostenibile.

Senza entrare in ulteriori dettagli, e rimandando ai commenti degli esperti per ulteriori spunti di discussione, vorrei fare due semplici riflessioni...

Gli ultimi anni hanno mostrato che l'andamento virtuoso della tecnologia rispetto ad efficienza energetica e intensità di carbonio si è fermato. Da un lato ciò attesta che l'evoluzione reale delle emissioni (e del clima) sta superando in questi anni le previsioni più pessimistiche fatte in passato. D'altro lato, è chiaro che in futuro occorreranno decisioni politiche più ferme nell'incentivare la ricerca scientifica e tecnologica sulle produzioni di energia a bassa emissione di gas ad effetto serra e, agendo su leve economiche, per aumentarne l'utilizzo. Non possiamo più sperare nell'andamento tecnico-economico "spontaneo": bisogna decidere, con una leadership ferma e lungimirante, o con una forte spinta dal basso.

Questo articolo mostra chiaramente che difficilmente il problema dei cambiamenti climatici si potrà risolvere semplicemente con uno sforzo tecnologico. Probabilmente si tratterà di ripensare un modello di sviluppo e uno stile di vita...

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27/03/08

Scienziati per un futuro libero da ipoteche...

Dopo aver raccolto nel post precedente un po' di proposte di ricercatori al mondo della politica, nell'uovo di Pasqua ho trovato la notizia che l'Osservatorio della ricerca, costituito da un pool di scienziati fortemente impegnati sul tema delle politiche della ricerca, ha organizzato per il prossimo 7 aprile un convegno dal titolo molto eloquente:

Il futuro ipotecato! Come se ne esce?

Si tratta ovviamente del futuro del Paese e dei nostri giovani. E la via di uscita proposta è quella dell'investimento nella conoscenza, la vera "risorsa naturale" che l'Italia può mettere in campo...

A Roma il 7 aprile si confronteranno scienziati, rappresentanti del mondo produttivo, politici. In un momento in cui dai programmi elettorali si trae la conclusione che la ricerca scientifica non è nelle linee guida dei partiti, verranno presentate proposte concrete e discusse soluzioni di sviluppo, nel tentativo di fondare una vera politica della ricerca scientifica in Italia.

Tra l'altro, l'incontro potrà servire anche a ricucire uno strappo tra rappresentanti e rappresentati (in questo caso i ricercatori), ma ciò forse è meno importante, anche perchè questa situazione non affligge solo gli scienziati...

Spero che questo evento, su cui si possono trovare ulteriori informazioni sul sito dell'Osservatorio, possa contribuire a catalizzare le proposte del mondo della scienza al mondo della politica (più di quanto non abbia fatto il mio post precedente). Almeno, che riesca a dar voce a chi in Italia è sempre più desideroso di uscire dalla propria "torre d'avorio" e contribuire al benessere e, perchè no, alla "felicità" di tutti noi...

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18/03/08

Dalla scienza alla politica... e ritorno

Domenica scorsa l'agenzia di stampa Adnkronos ha pubblicato un approfondimento sul programma di quei pochissimi scienziati che si sono presentati nelle liste per le prossime elezioni politiche. Alcune loro idee e proposte sono interessanti, ma il "peso" di queste persone all'interno degli schieramenti appare comunque assolutamente minoritario, il che, temo, ostacolerà fortemente la realizzazione concreta di quanto "promesso".

Credo che l'azione "dall'interno" di questi colleghi sia sicuramente importante, ma sono anche sicuro che un'accresciuta sensibilità ai temi della scienza nel mondo politico non possa che venire da una "spinta" decisa di comunità scientifica e opinione pubblica nei confronti della politica stessa.

Mi è venuto in mente, allora, di fare una breve ricognizione di quanto alcuni esponenti della comunità scientifica, non presenti nelle liste, hanno da proporre al futuro governo. La mia piccola indagine è ovviamente estremamente parziale, ma questo blog potrebbe fornire l'occasione per aggregare altre proposte e farle conoscere al mondo politico...

Mi limito a illustrare brevemente 4 proposte.

1) Qualche mese fa il collega-blogger Gianluca Salvatori si è fatto promotore di una petizione (subito raccolta da Nova 24, l'inserto scientifico settimanale de Il Sole 24 ore) che chiedeva l'abolizione del tetto di 100 milioni di Euro all'erogazione del 5 per mille che gli italiani possono devolvere nella denuncia dei redditi. Questo tetto faceva sì che la maggior parte dei soldi devoluti non potesse raggiungere gli Enti beneficiari, tra cui molti Enti di ricerca. La petizione ha avuto tra i primi firmatari alcuni personaggi di spicco del mondo della ricerca, come i premi Nobel Carlo Rubbia, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini. Il risultato finale della petizione è stato un "parziale successo", poichè, a quanto ne so (vedi qui), il tetto non è stato abolito, ma soltanto alzato.

Credo che questa esigenza di far sì che gli italiani possano veder consegnato il proprio 5 per mille secondo le volontà espresse e senza alcun tetto sia una questione di giustizia verso la volontà popolare e vada riproposta per intero al nuovo governo...

2) E' chiaro che l'esigenza di ottenere finanziamenti alla ricerca è un MUST per il mondo scientifico. Ma da dove attingere? Si sa bene che in Italia gli investimenti pubblici in ricerca sono molto bassi ma, nel contempo, sono basse anche le percentuali di fatturato destinate a ricerca e sviluppo da parte delle imprese private.

Come uscirne? In un colloquio con Carlo Bernardini (professore emerito al Dipartimento di Fisica di Roma I), egli mi ha voluto rendere parte di alcune sue idee in merito molto precise e "innovative"...

Bernardini parte dalla constatazione che le fondazioni di origine bancaria hanno avuto nel 2006 un patrimonio contabile enorme, di oltre 47 miliardi di euro (vedi Download Fondazioni_Sole.pdf e Download Fondazioni_MF.pdf ). A fronte di ciò, l'importo complessivo erogato è stato nel 2006 di quasi 1,6 miliardi di euro, ma di questa somma solo poco più del 10% è andato a finanziare attività di ricerca, per la maggior parte ricerca di stampo medico.

Il fatto è che le fondazioni cercano sempre un "ritorno d'immagine" e spesso la ricerca non fornisce questo ritorno... Fanno eccezione alcune "manifestazioni" come la raccolta fondi per Telethon.

Fondazionibancarie_ttv Recentemente (vedi articolo a fianco) è stato costituito un fondo promosso da queste fondazioni per "favorire il trasferimento alle imprese dei risultati dell'inovazione", ma, ancora una volta, il punto sta nel fatto che l'innovazione ci sia e sia riconosciuta (dopo di che si può trasferirla) e nel far sì che anche le imprese stesse siano spinte ad aprire e/o valorizzare i propri settori di ricerca e sviluppo.

Carlo Bernardini la pensa così: "Nel mondo e - perché no? - anche in Italia ci sono molte persone che, avendo una buona preparazione tecnica, sono in grado di capire la letteratura scientifica avanzata. Non sono necessariamente ricercatori e non fanno scoperte, ma sono in grado di capire che si possono mettere insieme scoperte diverse della ricerca di base per ottenere nuove tecnologie complesse. Marconi è un bell'esempio del passato: Hertz concepì le antenne, Calzecchi Onesti e Popov il ricevitore di segnali (galena), Heaviside lo specchio elettronico prodotto dall'ultravioletto solare nell'alta atmosfera; ma fu Marconi a mettere insieme tutto ciò e a inventare la radio e a vincere la curvatura terrestre. Queste innovazioni possono essere ancora possibili se qualcuno decide di investirci: servono "capitali di rischio" e il coraggio di correre quel rischio, su proposta di consulenti competenti che valutino le invenzioni contemporanee che vale la pena sostenere finanziariamente. Quale modo più intelligente di usare gli ingenti fondi delle Fondazioni Bancarie? I consulenti costano poco; gli inventori sono i motori di un profitto che può rivelarsi enorme in confronto all'investimento. Perché non pensarci?"

Diciamolo ai nostri politici...

3) Ma i rapporti tra scienza e politica non si giocano solo sul piano degli investimenti...

Sappiamo che la scienza può dare un grande apporto alla qualità della vita e allo sviluppo della nostra Italia, cose queste che dovrebbero essere fornite anche da una politica al servizio del Paese. Oggi invece assistiamo ad una ricerca scientifica poco considerata e ad una politica "scollata" dal tessuto connettivo del Paese. Può allora la scienza contribuire a migliorare la qualità della vita e nel contempo aiutare anche a colmare questo divario tra istituzioni e cittadini?

Ebbene, il mio collega Raffaele Calabretta del CNR - Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, nel suo pensatoio della ricerca dice di sì!

Nel momento in cui andiamo a votare con una legge elettorale che non ci consente di esprimere preferenze per i candidati, in un'epoca in cui neanche le sezioni dei partiti sono più frequentate, la scollatura tra elettori ed eletti diviene quanto mai ampia. Allora Raffaele, che è uno studioso dei processi neurali delle emozioni, si è "inventato" un sistema per accrescere il nostro grado di "felicità" e nel contempo per colmare questo divario.

Studi recenti, come quelli di Luisa Corrado, premio Cartesio di quest'anno, mostrano come non sia solo il denaro a rendere felici e rivalutano il ruolo della fiducia nelle istituzioni e della democrazia partecipativa. In tale contesto, Calabretta propone l'istituzione delle Doparie. Questo termine ha un duplice significato: mentre le primarie si fanno prima delle elezioni, le doparie si fanno dopo le elezioni, quando è maggiore lo scollamento tra politica e problemi dei cittadini; inoltre, il termine "doparie" fa venire in mente il fenomeno del doping, però in questo caso si tratta di doping positivo (come il movimento del corpo fa bene al cervello, così i movimenti della società civile e la partecipazione democratica incrementano il tasso di benessere e possono aiutare i partiti a governare). Si tratta di consultazioni dopo il voto su temi di grande interesse per la vita di tutti che portino ad approfondimento di conoscenza nella società civile e partecipazione alle decisioni.

Chi è dopato è un po' "fatto"? Beh, allora Calabretta ti "stimola": "fatti" di vera democrazia partecipata...

... e dillo ai politici!

4) Infine, anch'io vorrei fare qualche considerazione e una proposta.

Fin dal mio primo post su questo blog, ho sottolineato come il clima sia per me il prototipo dei sistemi complessi con cui la società attuale ha a che fare, dal sistema economico a quello ecologico, alle reti delle più svariate nature (dai formicai a Internet)...

Ebbene, la "scienza della complessità" sta facendo grandi progressi nella comprensione di tali sistemi, ma su questi temi la divulgazione scientifica incontra enormi difficoltà. E questo non è dovuto soltanto al problema intrinseco di dover tradurre il linguaggio tecnico e formalizzato della scienza in linguaggio comunicativo (vedi questo post precedente), ma anche al fatto che la scuola italiana non fornisce attualmente le basi conoscitive per comprendere le peculiarità dei sistemi complessi rispetto, ad esempio, ai semplici sistemi meccanici o elettrici che, tutt'al più, incontriamo in un laboratorio di fisica del triennio superiore.

Dato che i problemi cui la società attuale si trova dinanzi afferiscono per la maggior parte al "comportamento" di certi sistemi complessi e alla loro interazione con le attività umane, credo che si debba fare uno sforzo di "alfabetizzazione alla complessità", introducendo il tema nei programmi scolastici, per esempio iniziando con sperimentazioni in tal senso che diano la possibilità di un pieno inserimento di tale tematica nel prossimo futuro.

Credo che tutto ciò sia cruciale per una crescita equilibrata e consapevole della società, dove i cittadini devono assumere un ruolo attivo, responsabile e di stimolo (ai politici) su questi temi che toccano ciascuno di noi. Ritengo che tale attività debba rivestire un carattere di priorità nelle azioni del futuro governo relative alla scuola.

Ho presentato solo alcune proposte di cui sono a conoscenza, ma sono sicuro che in ambito scientifico molti colleghi stanno pensando a come interagire con la classe politica su temi in cui l'apporto dei ricercatori possa essere di aiuto e di stimolo.

Ben vengano altre proposte! Sarei felice se questo blog potesse contribuire a diffonderle e a porle all'attenzione di tutti noi...

... nella speranza di un ritorno (in termini tecnici, feedback) dalla classe politica.

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